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Home » Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti
Economia

Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti

Sala StampaDi Sala StampaSettembre 1, 20264 min di lettura
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Ex Ilva, l’indotto si ferma: rischio di un migliaio di licenziamenti

Tra avvio dei licenziamenti collettivi e ricorso alla cassa integrazione, l’indotto ex Ilva vive già i primi contraccolpi della fermata dell’area a caldo del siderurgico che, per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano, dovrà avvenire entro fine ottobre (90 giorni dal 27 luglio). Dal fronte Aigi, associazione di imprese, annunciano che «tra qualche giorno i licenziamenti verranno ufficializzati. Ad oggi riguardano circa un migliaio di addetti divisi fra tre-quattro aziende. Sono imprese che non intravvedendo possibilità di riavvio dell’area a caldo, ritengono che non abbia senso usare la cassa integrazione e stanno attivando le procedure di licenziamento collettivo. Ma il 30 per cento del problema si sta già verificando con il mancato rinnovo dei contratti di lavoro a tempo determinato».

Invece per la cassa integrazione, la Peyrani spa, che si occupa di manutenzioni, ha comunicato ieri ai sindacati la sospensione dal lavoro (procedura ordinaria) di 55 unità. E un’altra azienda, Itelyum-Castiglia, ha dichiarato che con l’alt alla produzione, si fermano anche la logistica e lo scarico delle materie prime al porto dove sono impiegate 70 unità, di cui 16 a tempo determinato. «Ne deriva un esubero strutturale che la società intende affrontare con la necessaria tempestività per evitare ripercussioni finanziarie» scrive Itelyum-Castiglia. Prima di queste, un’altra impresa, la Semat Engineering, ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 addetti essendosi fermato il lavoro con lo stop alle batterie delle cokerie, stop in corso già da alcuni mesi.

Fonti vicine ad Acciaierie d’Italia affermano che per la fermata dell’area a caldo, al momento il giorno non é definito, ma tutto quello che é necessario predisporre «è stato già studiato, analizzato e pianificato». Non é che lo si fa dall’oggi al domani, si evidenzia, anche perché dovrà essere data comunicazione, attraverso un piano, al ministero dell’Ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo. E una data ancora non c’è, si ribadisce.

Sono tre le convocazioni che si attendono a breve: dell’azienda ai sindacati per dire come e quando ci sarà la fermata; del Governo sul futuro dell’ex Ilva, considerate le candidature degli acciaieri italiani con Federacciai, degli indiani di Jindal, degli americani di Flacks Group e del gruppo ceco CE Industries; infine, sempre da parte del Governo con il Tavolo Taranto relativo alla nuova industrializzazione. Intanto si fa avanti Vincenzo Cesareo, a capo del gruppo metalmeccanico Comes, presidente della Camera di Commercio di Taranto e già a capo di Confindustria Taranto. In una lettera al Governo, Cesareo scrive che «l’imperativo morale ed economico deve essere quello di salvare l’area a caldo, trasformandola tecnologicamente, com’è ormai improcrastinabile, affinché smetta di essere una ferita ambientale e divenga, all’opposto, l’impalcatura che alimenta l’area a freddo, garantendo acciaio italiano sostenibile e di alta qualità, nonché una buona occupazione. In questo scenario – scrive – non appare accettabile l’esclusione o l’assenza dell’imprenditoria locale da processi decisionali di tale portata. Le imprese del territorio, che da oltre sessant’anni convivono con lo stabilimento e che, come l’azienda che rappresento, hanno continuato a investire ingenti risorse proprie per promuovere l’innovazione e la transizione ecologica di questa terra, hanno il diritto di entrare in partita ed il dovere di contribuire alla soluzione dei problemi». Il cda di Comes ha deliberato un milione di euro «per partecipare ad una cordata imprenditoriale finalizzata all’acquisizione ed al rilancio dell’ex Ilva» e auspica che anche altri partner locali si facciano avanti.

Infine, sul fronte giudiziario si è completata l’azione legale per cercare di bloccare la fermata. Dopo Ilva, anche Acciaierie d’Italia ha presentato il ricorso straordinario in Corte di Cassazione ed entrambe le società hanno anche inoltrato l’istanza di sospensiva alla Corte d’Appello. Scrive AdI nel ricorso: «La Corte d’Appello, disponendo la sospensione immediata delle attività dell’area a caldo, ha integralmente sostituito la propria misura inibitoria a quella disposta dal Tribunale» e così è «venuta meno la possibilità per AdI di avvalersi della misura rimediale indicata dal Tribunale per evitare la sospensione delle attività di produzione dell’acciaio».

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