A proposito dello spegnimento dell’area a caldo del siderurgico per effetto del decreto della Corte d’Appello di Milano – decreto per il quale Ilva e Acciaierie d’Italia hanno presentato ricorso alla Corte di Cassazione, nonché avanzato un’istanza di sospensiva alla stessa Corte d’Appello -, Aigi sostiene che “questo epilogo non avviene nel contesto di un piano di riconversione già operativo, né con nuove fabbriche già edificate o con migliaia di lavoratori accompagnati verso nuove occupazioni, ma attraverso un mero conto alla rovescia di novanta giorni”.
“Desideriamo chiarire – dice Convertino – che non è nostra intenzione santificare l’Ilva, né dimenticare le ferite che questa industria ha inferto alla città, all’ambiente e alla popolazione negli anni passati. Conosciamo quella storia, ma appartiene, appunto, al passato. Oggi l’Ilva – si evidenzia nella lettera ai sindacati – non è più quella di dieci anni fa: è una fabbrica che ha beneficiato di milioni di euro di investimenti in impianti per l’abbattimento degli inquinanti. Noi imprenditori sappiamo cosa significhi licenziare”.
Per l’ex Ilva le alternative non esistono ancora
“Ad oggi – dice ancora Convertino – le alternative non esistono ancora. Ci viene prospettato che Taranto ospiterà nuove industrie, che giungeranno investimenti e che nasceranno nuove attività. Ce lo auguriamo e siamo pronti a collaborare affinché ciò avvenga. Tuttavia, in quanto imprenditori, conosciamo la differenza che intercorre tra un investimento concreto e una dichiarazione d’intenti. Una manifestazione di interesse non costituisce una fabbrica, non è un capannone e non rappresenta un posto di lavoro. Lo diventerà, forse, tra almeno 7 o 10 anni, nell’ipotesi più ottimistica. Fino a quando non vi saranno progetti autorizzati, capitali stanziati, cantieri aperti, cronoprogrammi vincolanti e assunzioni programmate, tali alternative rimarranno semplici possibilità”.
Per Aigi, “lasciare morire un gigante industriale non equivale a farlo scomparire, e di questo devono essere consapevoli tutti coloro che invocano la formula della fabbrica ‘chiusa e basta’. Sussiste, infine, una non trascurabile e ancor più pericolosa minaccia: quella di aver indotto un’intera generazione di lavoratori a credere di poter proseguire fino al termine della propria carriera affidandosi esclusivamente agli ammortizzatori sociali, allo scivolo assistenziale del prepensionamento e ai benefici legati all’amianto. Si tratta di una mentalità assistenzialistica che tarpa le ali al futuro del territorio e che non possiamo minimamente assecondare”.
Intanto, sulle ripercussioni occupazionali che la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva (acciaierie e altiforni) può avere sulle imprese appaltatrici e dell’indotto, i sindacati metalmeccanici Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno chiesto un incontro “urgente” alle rappresentanze delle stesse imprese. La richiesta è stata inoltrata a Confindustria Taranto, Confapi Taranto e Aigi.











