Le regioni ricche del Nord non ci stanno a perdere ruolo, oltre che risorse, nella gestione dei fondi strutturali europei per il prossimo periodo di programmazione 2028-2034. Perciò, di fronte all’indecisione (o inerzia) del Governo nella preparazione del negoziato con la Commissione europea, hanno deciso di muoversi in “autogestione”. Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto Friuli Venezia Giulia più la Toscana hanno preso l’iniziativa e hanno iniziato a lavorare insieme per preparare una sorta di piano-ombra, in attesa che da Roma arrivino indicazioni concrete sulla definizione del Piano di partenariato nazionale e regionale che dal 2028 sostituirà gli oltre 50 piani regionali attuali. Dopo un incontro a livello tecnico a fine luglio a Venezia, il 28 settembre si sono riviste a Bologna, alla presenza anche degli assessori e poi di nuovo tra tecnici.
L’Italia è praticamente l’unico Stato membro a non aver ancora comunicato alla Commissione una posizione sul ruolo che intende dare alle regioni nella prossima programmazione e il loro livello di autonomia nella gestione delle risorse. Tutti gli altri Paesi hanno preso posizione, dalla Germania (che ha confermato la centralità dei Lander) alla Francia che, un po’ a sorpresa vista la consolidata tradizione centralista, ha annunciato che anche nella prossima programmazione i territori continueranno ad avere un ruolo di primo piano. Alcuni (Spagna e Grecia) hanno invece confermato l’attuale assetto di gestione centralizzato.
Il nodo risorse
Due sono gli aspetti della proposta della Commissione europea sul prossimo bilancio pluriennale Ue (QFP) che preoccupano di più le regioni sviluppate. Il primo è l’assenza di una clausola di salvaguardia che riservi alle diverse categorie di regioni una quota definita di risorse. La salvaguardia esiste, ma solo per le regioni più povere, in Italia quelle del Sud. A ciò si accompagna una drastica riduzione delle risorse europee affidate agli Stati membri, per fare spazio alle spese per la difesa e al nuovo fondo competitività che sarà gestito direttamente dalla Commissione, sul modello di Horizon: finanziamenti alle proposte migliori, a prescindere dalla nazionalità. Tutto ciò comporta l’assoluta incertezza sulle risorse a disposizione per i prossimi sette anni.
La governance centralizzata
L’altro nodo è la governance centralizzata nel piano unico, modello Pnrr, che toglie alle regioni titolarità nella gestione dei fondi e nelle interlocuzioni con Bruxelles.
Perciò si lavora su due fronti. Quello interno che punta ad anticipare le decisioni del Governo sul ruolo delle regioni nella prossima programmazione (l’Italia è l’unico stato membro che ancora non ha sciolto la riserva su cosa intende fare). Sul fronte europeo, forte dell’Alleanza per la coesione che raccoglie circa 160 regioni di tutti i paesi membri, si cerca ascolto al Parlamento europeo che ha pochissimi poteri sulla proposta di bilancio complessiva ma può incidere invece con i regolamenti, anche in modo significativo.









