Alla manovra mancano ancora quattro mesi, ma la sua agenda è già carica di grane da risolvere. L’ultima riguarda gli scatti stipendiali dei magistrati, dopo i ricorsi vittoriosi dell’Anm che ha contestato i meccanismi di calcolo utilizzati fin qui dal Governo.
La battaglia a colpi di carte bollate si è conclusa per quel che riguarda il triennio 2018-2020. Dopo aver vinto al Tar e al Consiglio di Stato, i magistrati si sono rivolti nuovamente ai giudici amministrativi per imporre al Governo di riconoscere aumenti più alti di quelli previsti finora. Nell’ordinanza 5140/2026, depositata nei giorni scorsi, Palazzo Spada ha offerto però al Governo un altro tempo supplementare, chiedendo di depositare entro il 5 settembre una relazione per illustrare «modalità e tempi di conclusione del procedimento di adeguamento». Ma l’ordinanza dà anche una notizia importante, spiegando che la decina di settimane in più è stata concessa perché l’Istat ha già rifatto i conti, portando al 6,22%, dal 4,85% originariamente previsto dal decreto di Palazzo Chigi del 6 agosto 2021, l’aumento da riconoscere per il triennio 2018/2020.
Un effetto domino
Secondo le stime del Governo il nuovo parametro costa poco meno di 200 milioni, cioè intorno ai 16mila euro medi a magistrato. Fondi che vanno trovati. E che, soprattutto, non sono gli unici. Perché la storia appare già scritta per il triennio 2021/23, dopo che il Dpcm del 3 giugno 2024 che ha previsto per quegli anni aumenti del 6,69% è già finito al Tar con le stesse contestazioni che hanno condannato il decreto del 2021. Ed è difficile immaginare che il quadro cambi per il 2024/26, ancora da tradurre in un decreto che dovrà ad adeguarsi alle indicazioni del Consiglio di Stato.
Non esistono per ora conteggi ufficiali sulle ricadute finanziarie di questo domino. Ma è naturale che negli anni più recenti i costi siano aumentati, per due ragioni: l’adeguamento ex post di un triennio fa crescere la base di calcolo su cui si applicano gli aumenti del successivo, e soprattutto fra 2022 e 2023 l’inflazione che si è impennata e i rinnovi contrattuali gonfiano l’impatto del meccanismo.
L’incognita dell’allargamento ai docenti universitari
La catena potrebbe quindi costare in tutto almeno un miliardo: senza contare che la querelle si sta allargando ai professori universitari, che hanno lo stesso meccanismo di adeguamento retributivo dei magistrati e, pur non avendo presentato ricorso a suo tempo, viste le pronunce di Tar e Consiglio di Stato hanno iniziato a chiedere la revisione in autotutela dei provvedimenti che li riguardano.











