Il centenario della morte di Piero Gobetti – giovane, torinese, morto a Parigi prima ancora di compiere venticinque anni – è una di quelle occasioni che nascono per celebrare ma finiscono per interrogare. Perché Gobetti è rimasto una specie di disagio persistente. Un modo di nominare ciò che l’Italia a lungo ha preferito non riconoscere troppo: le circostanze che favorirono la comparsa dei modelli autoritari, e anche sulla possibilità di un loro ritorno oggi.
Molto si è scritto sulla sua attualità, soprattutto attorno a quella formula che continua a tornare, come un ritornello scomodo: il fascismo come “autobiografia della nazione”.
Un’espressione che non assolve nessuno. Gli anni dal 1919 al 1925, con gli sconvolgimenti del primo dopoguerra: dal ‘biennio rosso’ e la nascita del Partito Comunista all’avvento e al consolidamento del fascismo, videro anche qualcosa di più silenzioso: il logoramento di un’intera idea di politica e l’esaurimento di un’intera classe dirigente, in parte assimilata, in parte eliminata dal regime. Il fascismo arriva anche così, come arrivano certe cose nella storia italiana: non solo per rottura, ma per stanchezza.
Un antifascismo che non era solo politica
Per Gobetti, il fascismo non è una parentesi reazionaria. È un clima. Un modo di stare al mondo: l’espressione del conformismo e dell’avidità della borghesia italiana.
Nel novembre del 1922, nel celebre Elogio della ghigliottina, scrive che il fascismo è appunto l’autobiografia della nazione. Non una maschera imposta dall’esterno, ma qualcosa che cresce dentro la società italiana. Una forma di adattamento collettivo.
La lotta antifascista, per lui, comincia prima delle piazze e dei partiti: è una questione morale con valore religioso, di stile e di istinto.
Gobetti insiste su parole che oggi suonano persino troppo familiari: pigrizia civile, infantilismo politico, assenza di spirito critico. Non come difetti episodici, ma come abitudini profonde, sedimentate.
Un Paese senza rivoluzione borghese radicale, senza una vera rottura religiosa riformatrice, con una modernità sempre un po’ trattenuta. Un’Italia che tende a trasformare la politica in retorica e la libertà in decorazione.
Il fascismo come rivelazione delle mancanze italiane
La formula gobettiana funziona ancora perché non riguarda solo Mussolini. Mussolini, scrive Gobetti, potrebbe persino apparire “un fatto d’ordinaria amministrazione”.
Il punto è ciò che il fascismo rende possibile. Il successo del regime, nella sua lettura, non nasce dall’eccezionalità, ma dall’immaturità politica degli italiani, da una sorta di “servitù volontaria” che si era depositata nelle fibre della nazione.
Nel 1925 osserva che molti italiani sono fascisti perché incompatibili con i partiti moderni, con l’autonomia democratica, con la fatica del conflitto politico.
Il fascismo, allora, non inventa i vizi italiani: li organizza, li rende sistema. Retorica, cortigianeria, demagogia, trasformismo. Tutto ciò che sembra sempre sul punto di tornare, magari con altri nomi.
Perché Gobetti resta attuale
Gli studiosi oggi sottolineano diversi aspetti dell’attualità di Gobetti.
Innanzitutto, per la sua intransigenza morale: l’idea che davanti a un potere che abolisce voto e stampa non si possa rispondere con il compromesso o con la neutralità. Nel 1922 scrive che non formerebbe “la Congregazione degli Apoti, ma la compagnia della morte”. Una frase che non chiede di essere imitata, ma compresa.
E poi per la diagnosi strutturale: definire il fascismo “autobiografia della nazione” significa impedire all’Italia di raccontarsi una storia troppo consolatoria, dove tutto è colpa di pochi e tutto passa in fretta.
Infine, per la sua “rivoluzione liberale”, che non è equilibrio, ma disciplina. Libertà come conquista, responsabilità, capacità di reggere il conflitto senza cercare scorciatoie autoritarie.
Gobetti resta ‘moderno’ per questo: perché il suo antifascismo non era soltanto opposizione politica, ma rifiuto morale e culturale.
E perché, a cento anni di distanza, il fascismo continua a essere meno un ricordo e più una domanda: quanto era davvero un’eccezione, e quanto invece un riflesso?










