Il progetto “Octo-blu” dell’università di Bologna prevede di riversare in Adriatico mezzo milioni di polpi che si ciberanno di granchi blu: «Li metteremo in acqua a metà agosto, non servirà a salvare cozze e vongole una volta per tutte, ma è un grande aiuto. Un solo esemplare è in grado di catturare e annientare in pochi secondi anche un crostaceo di mezzo chilo», dicono i riceracatori.
Ci sono poi le misure in campo. È cronaca dei giorni scorsi la pubblicazione in Gazzetta ufficiale della dichiarazione del carattere di eccezionalità «dell’evento di diffusione eccezionale della specie Granchio blu “Callinectes sapidus” verificatosi nel periodo dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2025 nelle acque interne e marittime ed ancora attualmente in corso nelle sottoindicate aree del territorio della Regione Veneto per i danni causati alle produzioni della pesca e dell’acquacoltura, (venericoltura e mitilicoltura) delle relative imprese e dei relativi consorzi in cui possono trovare applicazione le misure di intervento previste del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 102».
Ci sono poi gli studi che cercano utilizzi alternativi “a base di granchio blu”. Come quello portato avanti dai ricercatori dell’Università della Calabria con quelli dell’Enea con cui è stato dimostrato «che è possibile estrarre chitina di alta qualità dai carapaci del granchio blu in modo rapido e sostenibile». Un fatto che, secondo quanto sottolineano dall’agenzia di ricerca, «apre nuove prospettive per il riutilizzo dei sottoprodotti dell’industria ittica e contribuisce allo sviluppo di modelli produttivi sostenibili in linea con i principi dell’economia circolare». E spiana la strada all’impiego in settori che vanno dall’industria alimentare all’agricoltura, continuando con la cosmetica e biomedicina.
«Questo lavoro rappresenta un passo significativo verso la valorizzazione dei sottoprodotti della filiera del granchio blu che, tra carapaci, chele e altre parti non edibili, possono rappresentare fino all’85% del peso vivo, generando ogni anno circa 270 mila tonnellate di scarti, oggi destinati a discarica o incenerimento, con conseguenti criticità ambientali ed economiche», sottolinea Alessandra Verardi, ricercatrice Enea del Laboratorio Bioeconomia circolare rigenerativa presso il Centro Ricerche Trisaia (Matera) e coautrice dello studio insieme ai colleghi Paola Sangiorgio, Raffaele Lamanna, Simone Samperna, Salvatore Palazzo e Corradino Sposato e ai ricercatori del Dipartimento di Ingegneria informatica, modellistica, elettronica e sistemistica (DIMES) dell’Università della Calabria.
Sebbene stia causando danni significativi alla biodiversità e alle attività di pesca, l’Unione europea non ha inserito il granchio blu nell’elenco delle specie esotiche invasive di rilevanza unionale (Regolamento UE n. 1143/2014), sottolinea l’Enea: «La sua eradicazione completa è infatti attualmente irrealistica e le strategie più recenti puntano piuttosto a uno sfruttamento sostenibile come risorsa ittica, che include anche l’estrazione sostenibile di chitina di qualità, come dimostra questo studio», conclude Verardi.










