«Abbiamo otto cacciamine in vetroresina»
In occasione dell’audizione Berutti Bergotto ha fornito alcune indicazioni di dettaglio: «Abbiamo otto cacciamine in vetroresina che sono degli anni 90, però nel corso degli anni sono sempre stati ammodernati allo stato dell’arte. Quindi adesso abbiamo dei mezzi che sono tecnologicamente avanzati, che utilizzano mezzi a pilotaggio remoto e mezzi autonomi per la ricerca e poi per la carica che ci permette di disinnescare e bonificare la mina. Ma l’intervento di cacciamine, ma non solo italiani, anche di tutte le altre nazioni, in un’area minata deve essere fatto a ostilità conclusa».
«Pronti a partire alla prima indicazione del Governo»
«È ovvio che noi siamo pronti da sempre – ha affermato il Capo di Stato maggiore durante l’audizione alla Camera -. La Marina mantiene un elevato stato di prontezza, abbiamo sempre determinati navi che sono pronte a partire in accordo con le indicazioni che riceviamo dal governo e mi sento di dire che siamo pronti e siamo preparati per questo lavoro».
«Ogni anno bonifichiamo una media di 14.000 ordini esplosivi»
Berutti Bergotto ha sottolineato un aspetto: «Noi – ha detto – abbiamo una capacità di sminamento elevata, siamo una nazione di riferimento in questo campo perché noi da sempre abbiamo effettuato sminamento. Pensate che ogni anno bonifichiamo una media di 14.000 ordini esplosivi che vengono trovati o in mare o sulle nostre spiagge. Sono tutti residuati bellici ovviamente. E questo ci ha permesso di mantenere elevata la preparazione, elevata l’addestramento del nostro personale».
Contro i barchini dei pasdaran servono navi di scorta
Il Capo di Stato maggiore della Marina Militare ha ricordato che quella delle mine non è l’unica minaccia alla libera navigazione nello Stretto di Hormuz. «Ovviamente – ha affermato davanti ai deputati della Commissione Difesa – non c’è solo la minaccia delle mine, c’è anche la minaccia dei barchini, quelli vanno sul traffico mercantile e lì è un’altra storia. Dovremmo utilizzare delle navi per fare la scorta, ma di nuovo intervenire in quella zona vuol dire intervenire quando la conflittualità è cessata».
Il caso della rotta nell’acque dell’Oman
«Lo Stretto di Hormuz – ha ricordato Berutti Bergotto – è veramente uno stretto, pertanto l’Iran ha delle capacità di colpire delle navi, anche se passano all’interno delle acque unite, pertanto la difficoltà di passaggio rimane in entrambe le aree, cioè quella vicino nelle acque territoriali iraniane o quelle nelle acque territoriali unite. Quello che volevo segnalare è che proprio recentemente, due giorni fa, tre navi sono passate utilizzando la rotta omanita, sono passate senza particolari problemi, non sono state attaccate, mentre altre che una settimana fa cercavano di passare dalla rotta che si presupponeva aperta, le acque territoriali iraniane sono state vittime di attacchi, sono ritornate indietro perché c’era stata prima l’apertura e poi dopo poco il blocco e loro si trovavano a passare quando si era passati al blocco del passaggio».










