Leone invoca la pace, e dice che nel Regno di Dio «non c’è spada, né drone, né vendetta, né ingiusto profitto». Il Papa conclude la Veglia per la pace nella basilica di San Pietro, e le sue parole sono molte chiare: «Abbiamo qui un argine a quel delirio di onnipotenza che attorno a noi si fa sempre più aggressivo», e aggiunge che «viene trascinato nei discorsi di morte persino il Nome santo di Dio, chi prega non uccide e non minaccia la morte». Invece, denuncia Leone, «alla morte è asservito chi ha voltato le spalle al Dio vivente, per fare di sé stesso e del proprio potere l’idolo muto, cieco e sordo», «basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della forza! Basta con la guerra!».
Manifesto per la pace
È un vero “manifesto” per la pace, ricorda gli appelli di Paolo VI e Giovanni Paolo II, e usa parole forti: «Uniamo le energie morali e spirituali di milioni, miliardi di uomini e donne, di anziani e di giovani che oggi credono nella pace, che oggi scelgono la pace, che curano le ferite e riparano i danni lasciati della follia della guerra. Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!».
La Veglia nel giorno degli incontri in Pakistan tra Usa e Iran
Annunciata il giorno di Pasqua, la Veglia per la pace – che ricorda quella di Francesco nel 2013 per la Siria, anche se con modalità diverse – coincide con l’avvio degli incontri in Pakistan tra Usa e Iran, ma certamente l’attenzione è rivolta anche al Libano. «Fratelli e sorelle, certo vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni – chiaro il riferimento ai colloqui di Islamabad – A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte!».
E aggiunge: «Vi è però, non meno grande la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole. La preghiera ci impegna a convertire ciò che resta di violento nei nostri cuori e nelle nostre menti: convertiamoci a un Regno di pace che si edifica giorno per giorno, nelle case, nelle scuole, nei quartieri, nelle comunità civili e religiose, rubando terreno alla polemica e alla rassegnazione con l’amicizia e la cultura dell’incontro. Torniamo a credere nell’amore, nella moderazione, nella buona politica. Formiamoci e giochiamoci in prima persona, ciascuno rispondendo alla propria vocazione. Ognuno ha il suo posto nel mosaico della pace».
Parole che entrano nel cuore del pontificato e forse ne riscrivono (in parte) l’agenda: «Alziamo allora lo sguardo! Rialziamoci dalle macerie! Niente ci può chiudere in un destino gia scritto, nemmeno in questo mondo in cui sembrano non bastare i sepolcri, perché si continua a crocifiggere, ad annientare la vita, senza diritto e senza pietà».









