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Home » Illuminazione, le imprese contro l’invasione cinese
Economia

Illuminazione, le imprese contro l’invasione cinese

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 12, 20262 min di lettura
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Illuminazione, le imprese contro l’invasione cinese

«L’utente finale non deve avere una doppia laurea per sapere che cosa sta acquistando: deve essere protetto a monte, da un sistema di controlli che garantisca la sicurezza e la qualità dei prodotti presenti sul mercato». Carlo Urbinati, presidente di Assoluce-FederlegnoArredo, non usa giri di parole: l’invasione di prodotti asiatici in Europa non è solo un problema per la competitività delle imprese europee ma anche, e soprattutto, per la tutela dei consumatori.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel mondo dell’illuminazione, dove tanti piccoli apparecchi sfuggono ai controlli doganali e, dunque, anche alle statistiche.

I numeri di Assoluce e Assil

Secondo i dati del centro studi FederlegnoArredo, nel 2025 le importazioni di prodotti per l’illuminazione dalla Cina verso l’Unione hanno un raggiunto un valore di 6,7 miliardi di euro e rappresentano l’85% delle importazioni extra-Ue del settore. Un dato in progressivo aumento, sebbene i primi mesi del 2026 rilevino invece un calo, dovuto probabilmente al confronto con livelli particolarmente elevati dello scorso anno: nel periodo gennaio-febbraio si registra un -2,3% per l’Italia e un -10,9% per l’Unione Europea rispetto allo stesso periodo del 2025.

Anche i dati di Assil confermano il trend, come spiega il presidente Carlo Comandini: secondo uno studio Anie (di cui Assil fa parte), a fine 2024 il valore dei prodotti per l’illuminazione importati in Italia aveva raggiunto quota 1,4 miliardi di euro, con la Cina che incideva per il 45%. «E questi numeri sono andati aumentando nel 2025», precisa Comandini.

Concorrenza sleale e scarsa sicurezza

Questi numeri raccontano però solo una parte del problema: se si trattasse di una competizione ad armi pari, la concorrenza dei prodotti cinesi dovrebbe spingere le imprese europee a migliorare la qualità o il rapporto qualità-prezzo delle proprie produzioni. Ma non è così: «C’è una totale mancanza di reciprocità, perché Bruxelles impone a noi imprese europee, giustamente, una serie di regole di sicurezza e sostenibilità, che non valgono invece per i produttori extra-europei. Mentre quando noi esportiamo fuori dall’Europa, in particolare in Cina, siamo obbligati a certificare i nostri prodotti».

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