Sommersi dalle immagini, non più rappresentazione del mondo ma talismani di una teatralizzazione inarrestabile dell’esistere, siamo diventati tutti dei voyeur. Osserviamo ogni cosa attraverso la piccola finestra del telefono, rubando brandelli che ci vengono serviti in modo compiaciuto da chi mostra e insieme guarda. È una intera catena alimentare, cui è difficile, forse impossibile sottrarsi. Ma ci si nutre per davvero? Si apprende qualcosa? No. Guardare davvero è conoscere, scoprire, desiderare. Richiede tempo.
«L’alta moda vuole attenzione per essere apprezzata; richiede vicinanza» dice Alessandro Michele a conclusione dello show di Valentino: uno spettacolo tonante che è insieme presentazione della collezione e imposizione del modo di vederla, con il punto di vista fisso, tutti insieme ma tutti separati, in agnizione contemplativa. Le note scritte di accompagnamento parlano di Kaiserpanorama, macchina ottica collettiva inventata alla fine del XIX secolo, antesignana del cinema e della TV, nella quale si godeva della visione di immagini di luoghi remoti, o di fantasia. Gli spettatori, invece, da Valentino guardano le modelle: il kaiserpanorama si erotizza in un peep show, lo sguardo mentre contempla la sacralità della creazione couture ne percorre le linee e le superfici, cercando il corpo. La macchina scenica è complessa ma l’esperienza è coinvolgente. Viste così, ad una ad una, le diverse creazioni non compongono una collezione ma sono epifanie, attimi, stelle in una costellazione. Lo spirito citazionista di Alessandro Michele muove dagli inizi del XX secolo agli anni 80, pescando dal cinema muto e dal repertorio di Ertè come da quello di Valentino senza dimenticare Poiret, Krizia, Roberto Capucci. Il riferimento al cinema è intenzionale e quelli che si vedono sono in definitiva costumi. Di splendida fattura, peró tali rimangono: questa è couture come proiezione, rappresentazione, esercizio di stile. Come nei costumi, conta il colpo d’occhio, non la sottigliezza. Il tono di voce è forte, ecco, mentre la delicatezza aiuterebbe.
Viktor & Rolf, invece, si producono in una performance di vestizione la cui durata, scandita da una musica sinistra, è ansiogena, ma il cui risultato finale è magico. Una modella vestita di bianco sta in piedi sul palco. I due stilisti le compongono addosso pezzi variopinti, staccati dagli abiti di modelle vestite di nero che passano man mano. La composizione multicolore, alla fine, si rivela essere un enorme aquilone, e la modella si libra nell’aria. Metafora facile, la ricerca di leggerezza, ma quanto mai efficace, ed esecuzione impeccabile.









