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Home » Inchiesta Mps-Mediobanca, il ruolo del Ministero dell’Economia e Finanze non è oggetto di indagine
Economia

Inchiesta Mps-Mediobanca, il ruolo del Ministero dell’Economia e Finanze non è oggetto di indagine

Sala StampaDi Sala StampaDicembre 8, 20253 min di lettura
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Inchiesta Mps-Mediobanca, il ruolo del Ministero dell’Economia e Finanze non è oggetto di indagine

Nell’inchiesta della Procura di Milano sulla scalata a Mediobanca attraverso Banca Monte dei Paschi di Siena, fonti giudiziarie chiariscono che il ministero dell’Economia e delle Finanze non è coinvolto come indagato. “Il Mef non è oggetto di accertamento, non è una persona fisica e non può commettere reati”, spiegano in ambienti giudiziari, precisando tuttavia che il dicastero ha avuto un ruolo “significativo” in uno dei cinque punti del presunto “concerto occulto” su cui si concentra l’indagine.

Allo stesso modo, gli inquirenti confermano che Mps non risulta indagata ai sensi della legge sulla responsabilità amministrativa degli enti: la scalata a Mediobanca non sarebbe infatti avvenuta “nell’interesse” della banca senese. Rimane invece indagato il suo amministratore delegato, Luigi Lovaglio, ritenuto dagli investigatori un “facilitatore” del progetto attribuito all’imprenditore Francesco Gaetano Caltagirone e a Francesco Milleri, presidenti di Luxottica e Delfin.

L’indagine, che ipotizza i reati di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, ruota attorno all’Offerta pubblica di scambio lanciata da Rocca Salimbeni su Piazzetta Cuccia, conclusa lo scorso settembre con oltre l’86% delle adesioni. Secondo la Procura, nella versione iniziale dell’offerta – concepita a fine gennaio come operazione “carta contro carta” senza impiego di liquidità – sarebbe stata inserita una “falsa dichiarazione” secondo cui non si agiva “di concerto con altri soggetti”. Una formula che, secondo i pm, avrebbe nascosto al mercato “gli effettivi assetti proprietari”, rendendo “indecifrabile all’esterno l’effettiva titolarità del potere di controllo” sia all’interno di Mps sia nella futura Mediobanca.

Secondo gli atti, “ciò che è chiaro soltanto oggi” è che i soci Delfin e Caltagirone “si trovano in posizione nettamente dominante” e che tale predominio si estenderebbe anche a Generali, di cui Mediobanca è il principale azionista.

Dopo le perquisizioni disposte giovedì dal Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di finanza, si è registrato un primo contatto tra Procura e difese. L’avvocato Giuseppe Iannaccone, legale di Lovaglio, non dovrebbe presentare appello al Riesame contro perquisizioni e sequestri di cellulari e dispositivi, ma ha chiesto accesso agli atti, a partire dalle informative dell’11 giugno e del 3 novembre 2025.

Un punto ritenuto centrale dagli ambienti giudiziari per escludere ipotesi di reato in merito alle “anomalie e opacità” nella procedura che portò nel novembre 2024 alla cessione del 15% di Mps – dal Mef a Delfin, al gruppo Caltagirone, a Banco Bpm e ad Anima – è la natura della stessa operazione: non si sarebbe trattato di una “gara pubblica”. In quanto semplice azionista, il ministero “può cedere a chi vuole le quote”, e la “violazione dell’obbligo di trasparenza” non costituisce in questo caso un illecito penale.

Da quanto emergerebbe inoltre, pur avendo il Mef fornito un certo “sostegno” al processo – come riportato nelle 35 pagine del decreto di perquisizione – il suo ruolo “non è centrale” nell’inchiesta. “Il governo non scala le banche, non ha interesse”, viene ribadito nelle valutazioni degli inquirenti.

Gli accertamenti si concentrano quindi sulla dismissione del novembre 2024, ritenuta uno dei “tasselli” della più ampia “strategia coordinata” che, secondo l’accusa, avrebbe consentito a Delfin e Caltagirone – con il presunto avallo di Lovaglio – di costruire una posizione di controllo su Mediobanca attraverso Mps e, per effetto domino, anche su Generali.

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