Ci sono parole così semplici che rischiamo di dimenticarne il peso. Grazie è una di queste. La diciamo ogni giorno (si spera!), a volte quasi automaticamente, per educazione o per abitudine. Eppure fermarsi davvero sul significato di quella parola significa riconoscere qualcosa: un gesto ricevuto, una persona che ci è stata accanto, un momento felice, ma anche qualcosa che nella nostra vita troppo spesso diamo per scontato. E proprio per questo non è un caso che alla gratitudine sia dedicata una giornata. Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale della Gratitudine, nata nel 1965 alle Hawaii dall’idea di creare un appuntamento capace di unire persone e Paesi diversi intorno al sentimento della riconoscenza. Negli anni successivi la ricorrenza si è diffusa a livello internazionale e nel 1977 è stata celebrata anche presso la sede delle Nazioni Unite di New York.
Una giornata, dunque, per ricordarci una parola che sembra piccola ma che può avere conseguenze tutt’altro che banali. Perché la gratitudine non riguarda soltanto il modo in cui ci relazioniamo agli altri: coinvolge il cervello, le emozioni, la salute e persino il nostro modo di stare nelle relazioni.
Quando il cervello riconosce il valore di ciò che riceviamo
La gratitudine è molto più di un semplice «grazie». È un’emozione sociale complessa, che coinvolge diversi circuiti cerebrali legati alla ricompensa, alla percezione del valore, alla capacità di riconoscere le intenzioni degli altri, al legame sociale e alla regolazione delle emozioni.
«La gratitudine è un’emozione sociale complessa», spiega lo psichiatra Claudio Mencacci, Co-presidente della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia e Direttore emerito di Neuroscienze, Ospedale Fatebenefratelli di Milano, «che nasce dall’integrazione di circuiti cerebrali che elaborano ricompensa, valore, intenzioni dell’altro, legame sociale e regolazione emotiva».
È anche per questo che il sentimento della gratitudine può avere effetti che vanno oltre il momento in cui pronunciamo un semplice grazie. Secondo Mencacci, «la tendenza generalizzata a notare e rispondere con emozione grata alle esperienze positive della vita» può svolgere un’azione protettiva sulla salute, contribuendo alla qualità della vita e, in particolare, contrastando anche alcuni fattori di rischio per le malattie cardiovascolari. Gli effetti riguardano, secondo l’esperto, sia la salute mentale sia quella fisica: «riduzione di ansia, depressione, aumento della resilienza» da una parte; «miglioramento del sonno, rafforzamento del sistema immunitario, riduzione del processo infiammatorio e aumento degli anticorpi, riduzione della pressione sanguigna» dall’altra.












