Alla ricerca del nome inattaccabile o almeno “corazzato”, stavolta, per la presidenza dell’Anac. E’ l’impresa della Lega a pochi giorni dalla rinuncia del leghista Nuccio Altieri alla guida dell’Autorità nazionale anticorruzione, dopo la nomina di giovedì e il pressing delle opposizioni per il dietrofront. Toccherà quindi a Matteo Salvini rimediare al flop (essendo Altieri considerato ancora troppo vicino al partito) indicando un altro nome al Consiglio dei ministri di domani. Ad anticiparlo è stato lui stesso. E in serata Antonio Tajani conferma, anche se sarà a Parigi per la riunione dei ministri degli Esteri del G7.
L’alternativa ad Altieri
Bocche cucite sull’alternativa, anche perché il dossier – assicurano nel quartier generale della Lega – è gelosamente nelle mani del segretario e vicepremier. Non è un mistero che la nomina stia a cuore al suo partito, spesso distante dall’Authority sul codice degli appalti e il ponte sullo Stretto. Il nuovo nome dovrà anche passare indenne alle faide interne al Carroccio che inquinano il clima. Specie al Nord, dove oggi è stato riconfermato il segretario di Varese, Andrea Cassani che ha votato per Massimo Garavaglia, sfidante di Salvini all’ultimo congresso.
Sull’Anac pesa una certa fretta: il mandato dell’attuale presidente Giuseppe Busia, in carica dal 2020, è scaduto e non è rinnovabile. Unica certezza è che adesso sul successore non sono ammessi errori o scivoloni di incompatibilità politica. E il diktat pare arrivi direttamente dai piani alti del governo, circola nella maggioranza. Lo danno per scontato gli alleati di governo non solo tirandosi fuori dalla partita, ma osservando che i leghisti non potranno forzare troppo la mano.
L’iter di nomina
Per legge, il presidente viene proposto dal ministro della Pubblica amministrazione d’intesa con il Guardasigilli e il Viminale, e deve avere il placet delle opposizioni. Serve infatti il parere favorevole delle commissioni parlamentari competenti, con un quorum dei 2/3 dei componenti ed espresso in tempi rapidi (la prossima settimana probabilmente, se la nomina fosse domani). Conterà quindi il curriculum del papabile che, per legge, dovrebbe essere lontano dalla politica in senso stretto. Il decreto legislativo 150 del 2009 parla chiaro: «Il presidente e i componenti dell’Autorità non possono essere scelti tra persone che rivestano incarichi pubblici elettivi o cariche in partiti o nei sindacati o che abbiano rivestito incarichi e cariche nei tre anni precedenti».

