«Niscemi è diventata la frana più vasta d’Italia, superando quella del Tessina nell’arco alpino. Un disastro annunciato. Dobbiamo acquisire la consapevolezza che siamo il Paese europeo delle frane: sulle circa 750mila censite in tutta l’Unione, ben 620.808 sono entro i nostri confini. Nell’ultimo secolo ne abbiamo avute 17mila importanti, con 5.939 morti, e abbiamo speso in media 1,2 miliardi annui. Non possiamo continuare a rincorrere le emergenze». Erasmo D’Angelis, uno dei massimi esperti italiani di dissesto idrogeologico, già sottosegretario alle Infrastrutture nel Governo Letta e responsabile della struttura di missione Italia Sicura negli Esecutivi Renzi e Gentiloni, non ha dubbi: «Per fragilità l’Italia è un unicum al mondo. Bisogna adottare un programma per la messa in sicurezza del territorio che eguagli, per coraggio finanziario e coesione politica, il piano Marshall e il piano Casa di Fanfani».
Un «Piano nazionale di prevenzione civile»
D’Angelis e l’economista Mauro Grassi, rispettivamente presidente e direttore della Fondazione Ewa (Earth and Water Agenda), lo hanno già disegnato e lo dettagliano nel volume “Fuori dalle emergenze”, in uscita per Il Mulino il 13 febbraio, con la prefazione di Francesco Rutelli. Il «Piano nazionale di prevenzione civile e di rafforzamento del sistema idrico nazionale» che propongono, in un orizzonte temporale di 15 anni, richiederebbe un investimento di circa 435 miliardi di euro, con un volume aggiuntivo di risorse rispetto a quelle già oggi mediamente impegnate di circa 300 miliardi. Un viaggio al ritmo di 29 miliardi di euro l’anno. Più dell’intera legge di Bilancio per il 2026.
Il costo delle emergenze ormai salito a 12 miliardi annui
«Ma non è fantascienza – sostiene D’Angelis – se si lavora per mettere insieme risorse pubbliche e private, chiamando a raccolta il mondo delle imprese e delle assicurazioni e ricorrendo ai fondi strutturali europei e alla Bei. Bisogna considerare l’urgenza. Oggi l’emergenza non è l’eccezione, ma la regola». Nel libro, i due autori ricordano le stime consolidate secondo cui, includendo anche i costi sostenuti da cittadini e organizzazioni private per far fronte ai bisogni primari nelle crisi, il costo totale per le emergenze naturali in Italia raggiunge 12 miliardi medi annui. Un dato che non include il valore delle vite umane perse, i costi sanitari di lungo periodo per feriti e invalidi, le perdite di produttività, il deprezzamento del patrimonio immobiliare e gli effetti reputazionali e di percezione di insicurezza di luoghi e parti rilevanti del Paese. Nel solo caso dei terremoti si stima un volume medio annuale di danni di circa 4 miliardi l’anno, a cui si aggiungono altri 4 miliardi annui per dissesto (frane, alluvioni, erosione costiera), circa un miliardo per incendi, almeno 2,5 miliardi per la siccità e circa 500 milioni per altri eventi. Il cambiamento climatico, come insegna Niscemi travolta dal ciclone Harry, agisce poi come un moltiplicatore strutturale di rischio e di spesa.
Spesa per prevenzione ferma a 8,8 miliardi annui
Con una spesa destinata alla prevenzione e al servizio idrico integrato che oggi si ferma a 8,8 miliardi annui, di cui 5 come spese di investimento del Ssi, 2 miliardi per la prevenzione antisismica e appena 1,8 miliardi per la prevenzione del sistema acqua e incendi, emerge una differenza strutturale di circa 20 miliardi che lascia, di fatto, il sistema Paese indifeso e genera danni crescenti coperti sempre più a fatica con risorse straordinarie mobilitate dopo ogni evento calamitoso.
Salire a 20 miliardi non è missione impossibile
Ma 20 miliardi aggiuntivi per la prevenzione non sarebbero “fuori scala” dal punto di vista finanziario, secondo D’Angelis e Grassi, perché – spiegano – i dati sulla spesa in conto capitale della Pa mostrano che negli ultimi due decenni l’Italia ha sostenuto investimenti medi intorno ai 60 miliardi di euro l’anno, pari a circa il 4% del Pil, mentre tra il 2020 e il 2024 questi livelli sono più che raddoppiati, superando i 140 miliardi annui, grazie a Pnrr e Superbonus. Dunque si tratterebbe di «una quota assolutamente plausibile rispetto ai livelli recenti di investimento pubblico. In termini macroeconomici, si tratta di destinare alla sicurezza del territorio circa lo 0,9% del Pil attuale, destinato a scendere, con la crescita del Pil nei prossimi quindici anni, allo 0,7% nel 2041».









