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Tecnologia

L’intelligenza artificiale è una bolla o una rivoluzione reale?

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 16, 20266 min di lettura
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L’intelligenza artificiale è una bolla o una rivoluzione reale?

In questi giorni, un report del Guardian ha riacceso la discussione attorno a una possibile bolla speculativa dell’IA. Già nell’ottobre scorso, quando Nvidia ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 5mila miliardi di dollari (soglia mai superata da una società quotata in borsa), sono emersi i primi timori: la corsa dell’IA ci condurrà in una terra di abbondanza o finirà con un crollo simile a quello del 2008? Ne abbiamo parlato con il prof. Vittorio Emanuele Falsitta, giurista e filosofo, autore, tra gli altri saggi, del libro “Il crepuscolo dell’umano” (Cantagalli 2025).

Professore, rispetto a una possibile bolla dell’IA si sono espresse anche voci autorevoli e persino il ceo di Alphabet Sundar Pichai ha detto che serve prudenza. Lei cosa pensa al riguardo?

Partendo dalle cose più semplici, vi sono almeno tre considerazioni generali che contrastano l’idea di una bolla:

  1. gli Stati Uniti concentrano quasi il 90% del valore delle aziende tecnologiche mondiali (Apple, Microsoft, Nvidia, Alphabet, Amazon, Meta, Tesla); un altro modo per dire che hanno consapevolezza specifica degli elementi costitutivi di quel mercato e delle sue esigenze;
  2. gli investimenti non cadono sopra un luogo qualsiasi, ma sopra ciò che costituirà l’infrastruttura della loro futura ricchezza e il presupposto del mantenimento di una posizione di supremazia; l’IA, da questa prospettiva, diventa un sistema potenzialmente funzionale a riorganizzare anche il potere nazionale (mediante l’industrializzazione della cognizione);
  3. la tecnologia è il mezzo per realizzare uno scopo che si autodetermina, pressoché, all’infinito: trasformare il mondo (e ogni sua espressione) da naturale in artificiale-digitale; poiché esso agisce per computazione, diventa complesso immaginare che gli Stati Uniti possano essere sorpresi da qualcosa di calcolabile non calcolato, pur avendo i migliori sistemi di calcolo.

Tuttavia, sono dell’idea che l’attrezzatura tradizionale dell’economista, nell’occasione in cui si ha a che fare con tecnologia/IA e capitale, non sia del tutto sufficiente ad interpretare l’eventualità di una cosiddetta bolla.

Può spiegare meglio questo punto?

Lo affermo, naturalmente, con grande rispetto e apprezzamento per quella scienza. È che credo si debbano esplorare, in concomitanza, altri piani. Le leggi della domanda e dell’offerta, in altre parole, qui, sono solo un pezzo del fenomeno. Da una certa angolatura, infatti, una bolla è la conseguenza di una relazione tra due o più oggetti – nella specie, tra tecnologia e finanza investita – che ha perduto la dote, iniziale, di coerenza. Uno stato di sproporzione, in definitiva, non più razionale né efficiente.

E invece? La relazione di IA e capitale mantiene coerenza?

La relazione tra tecnologia e finanza investita, a propria volta, è espressione mondana di un’altra relazione, maggiore: è espressione del pensiero che fuoriesce dalla fusione di tecnica e capitalismo. Si tratta di due tensioni tenute insieme da un’avidità che anela e accumula ricchezza con razionalità ed efficienza. Sicché, non pare immediato dedurre che da esse, tecnica e ideologia capitalista, discendano un fare (la tecnologia) e un avere (l’investimento finanziario) non razionali ed efficienti, al punto da generare la bolla.

Qual è, quindi, l’elemento più decisivo che può indurci a pensare che l’IA più che produrre bolle produrrà ricchezza?

È il livello del mero pensiero, più d’altro, a rendere poco plausibile l’idea di una bolla finanziaria nel settore tecnologico, e in particolare dell’IA. Negli ultimi anni la tecnica ha ulteriormente razionalizzato il capitalismo, rendendolo più finanziario e speculativo, ma anche meno incline al rischio, perché più capace di calcolarlo e governarlo. Questa razionalità non elimina la rapacità del capitale, ma ne affina gli strumenti. Salvo innesti fraudolenti estranei al processo, l’equilibrio tra tecnica e capitalismo rende dunque meno plausibile un’ipertrofia finanziaria sproporzionata rispetto alle potenzialità dell’IA, cioè una vera e propria bolla. Al limite, potrebbe verificarsi un rallentamento della corsa. Ma è una cosa diversa.

Lei sostiene, in scia alle grandi riflessioni di Heidegger e di Severino in Italia, che il rischio dei nostri giorni è quello dell’uomo calcolato, ovvero prodotto dalla tecnica. L’IA, alla fine, ci dice che questo rischio esiste. Cosa possiamo fare?

La razionalità e l’efficienza del pensiero tecnico, sempre impeccabili, stanno sottomettendo il pensiero umano, lo assoggettano. Io voglio offrire uno spunto di riflessione sulla possibilità di riconcepire il rapporto tra tecnica e capitalismo con il duplice fine di: a) riattribuire al pensiero umano l’amministrazione del pensiero tecnico e, al tempo stesso, b) costituire i presupposti per una società in cui la ricchezza sia prodotta e redistribuita con maggiore giustizia. La ridefinizione di questa cultura economica può spingere il pensiero umano a recuperare posizione rispetto al pensiero tecnico.

Perché prendere in considerazione il capitalismo quando tutto il mondo, invece, cerca nella legge una soluzione al controllo della tecnologia (in particolare dell’IA)? Non è più immediato cercare una soluzione mediante le norme giuridiche?

Chi ha indagato a fondo la questione della tecnica – da Heidegger a Simmel, da Ellul a Severino – ci dice che l’uomo non la governa davvero, non la “signoreggia” diceva Heidegger. Solo una trasformazione del capitalismo può indebolire il pensiero tecnico, l’ideologia che sta trasformando il mondo, e aprire spazio a una forma più forte di pensiero. Senza riprendere il controllo su di esso, ogni soluzione resta provvisoria. Non sono processi brevi, ma è plausibile che proprio IA e blockchain contribuiscano a riformare il capitalismo – dalle frodi alla corruzione e dalle ingiuste discriminazioni reddituali e patrimoniali al collasso ambientale – offrendo strumenti con cui amministrare le relazioni di mercato e ridurre le diseguaglianze generate dallo scambio.

Lei crede che vi siano processi di governance avviati in questa direzione?

No, le nostre istituzioni e i nostri processi sono lontani dall’aver anche solo parzialmente compreso cosa sta avvenendo. Paradossalmente, sono proprio i padri dell’IA che ci danno segnali di allarme. Abbiamo bisogno di iniziare a guardare nel futuro e di capire che il lavoro sarà in gran parte macchinizzato. Negli Stati Uniti, le cui tendenze nel lavoro emergono sempre prima che da noi, la sostituzione del lavoro umano in ambito amministrativo e legale ha raggiunto livelli considerevoli. Come dice Daniel Susskind, siamo dentro un processo di erosione del lavoro con cui dobbiamo iniziare a misurarci. È vero che, in questa fase, vediamo anche i problemi del calo demografico. Quindi, in pratica, quasi non ci accorgiamo dell’erosione. Ma l’IA procede in modo molto veloce. E rischiamo di trovarci impreparati e travolti dal suo incedere.

*Vittorio Emanuele Falsitta (Milano, 1966), giurista e filosofo, è direttore scientifico del Centro di Ricerca sulla Fiscalità Etica nell’Università Europea di Roma ove già Professore Straordinario di Diritto Tributario.

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