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Home » L’Italia diseguale, al 10% delle famiglie il 60% dei patrimoni
Economia

L’Italia diseguale, al 10% delle famiglie il 60% dei patrimoni

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 4, 20263 min di lettura
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L’Italia diseguale, al 10% delle famiglie il 60% dei patrimoni

Più ricchezza, ma per pochi: in Italia il 10% delle famiglie detiene oltre il 60% dei patrimoni. 

A certificarlo sono i nuovi dati sui conti distributivi pubblicati dalla Banca d’Italia, riferiti all’ultimo trimestre del 2025. Secondo lo studio di via Nazionale, la ricchezza netta media per nucleo familiare ha raggiunto i 453mila euro, in aumento rispetto ai 431mila euro registrati alla fine del 2024. Tuttavia, il divario tra le diverse fasce sociali si allarga e i patrimoni restano concentrati nelle mani di una ristretta minoranza: il dieci per cento più ricco degli italiani detiene da solo il 60,6 per cento della ricchezza netta totale, mentre alla metà meno abbiente delle famiglie resta appena il 7,2 per cento.

A confermare il progressivo inasprimento delle disuguaglianze è l’indice di Gini, la misura statistica utilizzata per valutare l’omogeneità della distribuzione patrimoniale, dove i valori più bassi indicano una maggiore equità. Questo indicatore è salito dal 71,5 del 2024 al 72,2 del 2025. 

La diversificazione dei portafogli spiega in parte la natura di questo divario. 
Per le famiglie meno abbienti, oltre il 90 per cento delle attività è immobilizzato nella prima casa, che rappresenta il 73,6 per cento del totale, e nei depositi bancari, pari al 17,5 per cento. Al contrario, i nuclei familiari appartenenti alle fasce più alte presentano investimenti molto più diversificati, caratterizzati da una quota rilevante di strumenti finanziari complessi.

 

Tasse, tredicesime, fisco (Getty)

Il rapporto riaccende il confronto politico sulla necessità di correggere le disuguaglianze, un dibattito su cui è intervenuta anche la Commissione europea. 

In un documento di lavoro che accompagna i documenti del Semestre europeo si legge infatti che l’Italia trarrebbe vantaggio da un sistema fiscale più equo e più favorevole alla crescita, oltre che da ulteriori sforzi per ridurre l’evasione fiscale. I tecnici di Bruxelles sottolineano che vi è margine per spostare parte del carico fiscale che grava sul lavoro verso altre basi imponibili sottoutilizzate, tra cui il patrimonio e le successioni.

 

Yacht extralusso, foto di repertorio

Yacht extralusso, foto di repertorio (Pixabay)

Le reazioni dei partiti italiani sono di segno opposto. 

Per il centrodestra la linea resta quella del netto rifiuto di qualsiasi tassa patrimoniale. Deborah Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia: “Il no di Forza Italia a stangate fiscali sui patrimoni è scritto nella nostra storia e in quella missione che già Silvio Berlusconi aveva cominciato a realizzare”. 

Non lontana la posizione del leader di Italia Viva, Matteo Renzi: “La patrimoniale è uno slogan che funziona bene sui social ma non funziona nella realtà. Se l’Italia aumenta le tasse ai ricchi, i ricchi se ne vanno dall’Italia”.

Di tutt’altro avviso le forze progressiste, che chiedono una profonda revisione del sistema fiscale per salvare il welfare. 
La deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, Elisabetta Piccolotti, sottolinea l’urgenza di un intervento sui grandi patrimoni: “Viviamo nell’era in cui la ricchezza si accumula senza limiti in pochissime mani, producendo grandi diseguaglianze e una profonda crisi democratica. È tempo di ripensare il fisco: chiedere qualcosa di più ai pochi super-ricchi e ai patrimoni giganteschi è una necessità non solo in Italia ma in tutto l’Occidente”. Il tema sarà al centro del meeting “Tax the Rich”, organizzato a Milano dall’Alleanza della sinistra europea.

Per il Partito Democratico, l’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando suggerisce un coordinamento sovranazionale: “Il problema di una concentrazione sempre più crescente della ricchezza esiste. Credo che la risposta ottimale e strutturale sia a livello europeo, perché una tassazione solo in ambito italiano potrebbe produrre delle distorsioni, però non credo che sia un tabù anche nella dimensione nazionale”.

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando

Il ministro del Lavoro Andrea Orlando (ansa/massimo percossi)

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