Roma, Olimpiadi del 1960. L’Italia del Miracolo economico vuole mostrare il suo nuovo volto. Ma in fondo vuole far vedere che è smepre lei: nello sport, quella delle imprese fatte di orgoglio e fatica. Certo, ci manca l’atletica. Ma a Torino c’è un ragazzo che, a 21 anni, vuole riscrivere la storia: dalle nostre teche, Livio Berruti.
Dalle Universiadi al trionfo olimpico
Torino, Universiadi del 1959: c’è un giovane studente di Chimica che sta vincendo praticamente tutto: 100 metri, 200 metri, 4×100. La federazione ha deciso: Livio Berruti, è lui la speranza dell’Italia nell’atletica. Roma, Stadio Olimpico, 3 settembre 1960. Davanti a 80mila spettatori, nella gara dei 200 metri, ci sono i mostri sacri: gli americani Norton e Johnson, primatisti mondiali; il britannico Radford, il francese Genevay. Già la semifinale, per Berruti, è proibitiva. Ma dopo 20 secondi e 5, il boato del pubblico fissa, incredulo, il cronometro: Berruti si qualifica col record del mondo. Nemmeno il tempo di riposarsi che, 2 ore dopo, alle 18, c’è la finale. “Prima della partenza cercavo di chiacchierare un po’ con i miei avversari, facevo un po’ il Bolt”, ricorda Berruti. E la cronaca diventa storia. Livio Berruti scatta e va subito in testa. Vince una splendida medaglia d’oro.
L’oro più importante
Il pubblico di Roma impazzisce. Anche nell’atletica, il più nobile degli sport olimpici, l’Italia ha il suo campione. Livio Berruti, il ragazzo torinese cogli occhiali. L’angelo dall’andatura leggiadra: primo europeo a vincere i 200 metri alle Olimpiadi. Premio, un milione e 200mila lire. E una Fiat 500. La stella di Berruti durerà ancora: giochi del Mediterraneo, titoli italiani. Quinto alle Olimpiadi di Tokyo ’64. Ma il ragazzo torinese cogli occhiali, aveva già compiuto la sua missione. “Lo sport è importante nella vita. Nello sport, non puoi fingere”.









