L’Oms lo segnala chiaramente. La lombalgia, il mal di schiena localizzato alla parte basse del dorso, è la principale causa di disabilità nel mondo e spesso viene “riaccesa” dal movimento. Quando il dolore si mantiene per più di 12 settimane, si entra nel mondo della cronicità, con il dolore stesso che in pratica si stacca dal controllo del corpo e diventa esso stesso malattia a parte. Sono sicuramente questi i quadri più complessi da affrontare, anche perché non sempre le cure tradizionali riescono ad avere successo. In questi casi, forse, occorre studiare bene il cervello, specie se il dolore si riacutizza in risposta ad un movimento. E puntare l’attenzione sul suo “senso di identità”: le crisi dolorose nel tempo potrebbero infatti attivare in modo errato reazioni di specifiche popolazioni di neuroni con risposte inaspettate capaci di guidare verso l’inefficacia dei farmaci tradizionalmente impiegati. A mescolare neurologia e personalità nella risposta al dolore cronico è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università della California di San Diego, apparsa sul British Journal of Anaesthesia, che fa ipotizzare come il dolore persistente alla schiena possa intrecciarsi profondamente con il senso di identità di una persona, contribuendo potenzialmente a spiegare perché i trattamenti antidolorifici convenzionali spesso offrono un sollievo limitato.
Una struttura da studiare
Gli esperti hanno identificato una risposta inaspettata da un particolare circuito neuronale, che coinvolge la rete neurale di default (DMN) del cervello, definita anche “rete del sé”. Questa struttura è composta da regioni interconnesse nei lobi frontale, parietale e temporale. Queste aree sono particolarmente attive quando la nostra attenzione si rivolge verso l’interno, ad esempio quando riflettiamo su esperienze personali, pensiamo alla nostra identità o consideriamo i nostri pensieri e le nostre emozioni. Al contrario, la rete generalmente diventa meno attiva quando dirigiamo la nostra attenzione verso qualcosa che accade intorno a noi. Il dolore improvviso alla schiena, secondo lo studio, induce una risposta diametralmente opposta rispetto alle attese. In pratica, invece che disattivare la rete, la stimola, con una reazione che va ben oltre le sensazioni fisiche, tanto da far pensare che in alcuni casi potrebbero essere coinvolti sistemi cerebrali coinvolti nella percezione di sé stesse da parte delle persone. “E’ ormai conoscenza acquisita per noi studiosi della materia, grazie soprattutto agli studi di Vania Apkarian, che il dolore cronico, qualunque ne sia la causa, è associato all’attivazione di network (cioè connessioni neuronali cerebrali) specifici, che “arricchiscono e completano” il dolore fisico di contenuti psicoemozionali – commenta Arturo Cuomo, già Direttore S.C. Anestesia, Rianimazione e Terapia Antalgica-IRCCS Pascale di Napoli e Presidente dell’Associazione Partenos -. Tra questi network, particolare attenzione è dedicata al Default Mode Network (DMN), che in condizioni normali si attiva solo nel pensiero introspettivo ma, nei pazienti con dolore persistente, è attivato in maniera continua, facendo concentrare il loro cervello unicamente sul dolore, attraverso un rimugino ossessivo e continuo, che conduce, nel tempo, alla disabilità funzionale a forte caratterizzazione psicosociale”.
I volti del dolore
La ricerca ha esaminato 114 pazienti con dolore lombare cronico sottoposti al “test di sollevamento della gamba”, che può scatenare la lombalgia. Nel corso dell’esame sono state valutate le variazioni del flusso sanguigno nel cervello con una speciale Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI) oltre alla risposta dei partecipanti ad un altro stimolo, come il dolore da bruciatura, al polpaccio.
Quando il movimento scatenava un’esacerbazione del dolore cronico alla schiena, la DMN (rete neurale di default) è diventata più attiva, cosa che non accadeva dopo stimolo termico. Non solo: i pazienti con dolore cronico alla schiena più grave mostravano connessioni più forti tra la DMN e la corteccia somatosensoriale primaria, regione cerebrale responsabile dell’elaborazione delle sensazioni fisiche, inclusi i segnali provenienti dalla schiena e Una in presenza di una maggiore intensità del dolore durante il test di sollevamento della gamba si è vista una maggiore attività nelle regioni cerebrali coinvolte nella sensazione e nel movimento, con incremento anche della frequenza cardiaca. Insomma: Pare che le esacerbazioni del dolore cronico coinvolgono processi cerebrali associati all’identità personale, non solo all’esperienza fisica del dolore. Il dolore cronico alla schiena legato al movimento, quindi, produce un oggetto opposto rispetto al dolore acuto. “In ogni studio sul dolore, quando si prova dolore, la DMN si disattiva” – è il commento dell’autore corrispondente Fadel Zeidan in una nota dell’ateneo californiano -. Dimostriamo per la prima volta in assoluto è che, quando si verifica un’acutizzazione del dolore, la DMN si attiva. Si inizia a identificare l’esperienza con la propria identità“.
Verso una terapia personalizzata
Lo studio, insomma, rivela che il dolore in qualche modo si “impossessa” del cervello tanto da essere collegato a ricordi personali, aspettative ed esperienze emotive. Il tutto porta a d un’estensione (temporale e di intensità) della sensazione algica, legata ai ricordi di episodi precedenti e al timore di una ricaduta. Soprattutto, la ricerca apre la strada a trattamenti che non mirino solamente a sopprimere gli stimoli algici, visto che questi possono non funzionare perfettamente in caso di dolore lombare, ma piuttosto puntino ad intervenire sulla DMN. Ad esempio, forse in alcuni pazienti occorre andare oltre l’impiego di farmaci come gli oppiacei che agiscono principalmente sulla segnalazione del dolore, ma potrebbero non intervenire adeguatamente sulle reti cerebrali coinvolte nelle dimensioni emotive e personali del dolore persistente.










