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Economia

Margini a picco per le fonderie

Sala StampaDi Sala StampaDicembre 13, 20254 min di lettura
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Margini a picco per le fonderie

Ventotto milioni di utili, a fronte di 3,8 miliardi di ricavi. L’utile netto delle fonderie italiane, quasi azzerato, è la sintesi delle difficoltà competitive del settore. Stretto tra costi dell’energia elevati, un mercato mediamente debole, clienti verso cui è complicato aumentare i prezzi in presenza di una concorrenza estera spesso più conveniente. Morsa competitiva che si traduce non solo in una discesa delle vendite ma anche in una contrazione preoccupante della marginalità.

L’analisi effettuata dall’ufficio studi di Assofond su un campione significativo della categoria vede infatti per questi indicatori la caduta ai minimi dal periodo pre covid. Per la redditività complessiva (Roe), si tratta di una retromarcia di quasi l’80%, portando il livello all’1,6% del patrimonio netto, il minimo da sei anni a questa parte. Ma in discesa sono in realtà tutti gli indicatori, tenendo conto ad esempio di una redditività sugli investimenti della gestione caratteristica che si riduce al 2,8% (-59%), anche in questo caso ai minimi dal 2018, così come in discesa al 2,3% è la marginalità sulle vendite. Stessa sorte per il rapporto tra margine lordo e vendite (Ebitda), in forte riduzione all’8,8%, oltre due punti in meno rispetto all’esercizio precedente. L’anno è difficile in particolare per le fonderie di ghisa, comparto che mostra i risultati più critici, registrando una perdita globale di 16 milioni, con un Roe negativo (-1,9%) e un Roi nullo.

«Nell’immediato – spiega il presidente di Assofond Fabio Zanardi – chiediamo al governo di completare gli interventi urgenti capaci di dare sostegno alle imprese con misure che finalmente ci pongano alla pari dei nostri concorrenti europei. Dopo la partenza dell’Energy Release e gli aiuti per la compensazione dei costi indiretti delle emissioni di carbonio, ci aspettiamo entro fine anno il decreto “Energia”, che dovrebbe anche intervenire sullo spread fra Psv e Ttf. C’è però una partita più complessa che il governo deve giocare, questa volta a lungo termine e in sede europea. Il principio fondamentale su cui si basa il mercato unico è la parità di condizioni competitive tra le imprese dei diversi Stati membri. Oggi questo principio è messo in discussione da interventi nazionali scoordinati, che producono effetti distorsivi rilevanti. Le fonderie italiane competono da sempre in un mercato aperto, ma questo mercato deve essere equo».

I dati di bilancio confermano la tesi da tempo sostenuta da Assofond, secondo cui il costo dell’energia in Italia è un fattore di «distruzione della competitività». Mentre le fonderie vedono i loro margini crollare – spiega l’associazione – l’anomalia italiana nella composizione del prezzo dell’elettricità, che vede tassazione e oneri di sistema tra i più alti d’Europa, determina un trasferimento di ricchezza insostenibile per le imprese energy-intensive. «In Italia – spiega Zanardi – c’è un’anomalia evidente, uno tsunami energetico per nulla “democratico”. Se da un lato i consumatori sono penalizzati da prezzi più alti che altrove, i produttori di energia, inclusi i gruppi a controllo pubblico, fanno profitti mai visti prima: una situazione che deve cambiare. In questo momento – aggiunge – l’utilizzo della capacità produttiva per le fonderie è in media del 65-70% ed è evidente come vi sia una perdita di lavoro a favore di altri paesi, dove l’energia costa meno».

Parole confermate dalle rilevazioni Istat, che per il mese di ottobre vedono per il settore un calo produttivo del 6%, di 16 punti per le fonderie di ghisa. E guardando all’indice destagionalizzato (73,7, con base 100 il 2021), per trovare dati peggiori (tralasciando il Covid) occorre tornare al lontano 2009. Numeri non belli, su cui si innestano prospettive 2026 non dissimili, situazione che spinge più di un’azienda a rallentare l’attività. «Dalla prossima settimana – spiega Zanardi – sento colleghi che pianificano una fermata estesa: se la pausa natalizia in genere prevedeva due settimane di stop, ora in più casi si sale a 3-4 settimane. Un’inversione di rotta al momento non è visibile».

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