Un vaccino costruito su misura per il singolo paziente, capace di insegnare al sistema immunitario a riconoscere il tumore e a combatterlo anche dopo la rimozione chirurgica, è finalmente realtà. Lo dimostrano i risultati di un grande studio clinico di fase 3, l’INTerpath-001: nei pazienti operati di melanoma ma ad alto rischio di recidiva (stadio II-IV). In particolare il rischio di recidiva è risultato ridotto del 42% e quello di metastasi a distanza del 38%.
Lo studio presentato al congresso Esmo
La notizia arriva dal congresso della Società europea di oncologia medica (Esmo) di Madrid, dove sono stati presentati i risultati di INTerpath-001, uno studio internazionale randomizzato condotto su 1.137 pazienti. A due anni, l’82,2% dei pazienti trattati con il vaccino intismeran autogene, associato all’immunoterapia con pembrolizumab, era vivo e senza recidive, contro il 70% di quelli trattati con la sola immunoterapia. Anche la probabilità di essere vivi senza metastasi a distanza è risultata superiore con la combo vaccino-immunoterapia: 88,5% contro 80,2%.
Si tratta di un risultato storico perché è la prima volta che uno studio di fase 3 dimostra l’efficacia di un vaccino terapeutico contro questo tumore. Lo studio sarà pubblicato a breve sul New England Journal of Medicine.
Come funziona un vaccino contro un tumore già sviluppato
Il principio è completamente diverso da quello delle vaccinazioni tradizionali, usate per prevenire le infezioni. “In questo caso – spiega Michele Del Vecchio, Responsabile dell’Oncologia Medica Melanomi, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano e top recruiter dello studio – si tratta di un vaccino ‘terapeutico’, somministrato dopo l’intervento chirurgico per aiutare il sistema immunitario a eliminare eventuali cellule tumorali residue, che potrebbero dare ricadute future”.
La tecnologia è quella dell’RNA messaggero (la stessa dei vaccini contro il Covid-19), utilizzata però con un obiettivo completamente diverso. Il tessuto tumorale viene inviato negli USA, presso i laboratori di Moderna, dove viene analizzato il DNA del tumore e identificate le mutazioni capaci di generare proteine anomale (i “neoantigeni”); questo definisce una sorta di carta d’identità molecolare del cancro, unica per ogni paziente. Sulla base di queste informazioni si realizza un vaccino individualizzato, contenente un mRNA sintetico che codifica fino a 34 neoantigeni. Il vaccino realizzato ‘su misura’ viene quindi inviato al centro dove è in cura il paziente. L’obiettivo è “addestrare” i linfociti T, i soldati specializzati del nostro sistema immunitario, a riconoscere e attaccare le cellule che presentano quei bersagli. Ogni paziente riceve dunque un vaccino progettato sulle caratteristiche del proprio tumore, anziché un prodotto “a taglia unica”.











