BRUXELLES – A Bruxelles Giorgia Meloni incassa una doppia vittoria. Prima strappa a Ursula von der Leyen, assieme alla Francia, il rinvio di un mese della firma dell’accordo Ue-Mercosur. Poi, al Consiglio europeo durato fino a notte fonda per trovare la quadra sugli strumenti finanziari di sostegno all’Ucraina, contribuisce a stroncare la soluzione dell’uso degli asset russi congelati fino all’ultimo spinta dalla Germania e vede trionfare il “piano B” da giorni caldeggiato dall’Italia: un prestito di 90 miliardi garantito dai margini del bilancio Ue.
Un duplice esito niente affatto scontato. Per il Mercosur determinante è stato convincere al telefono il presidente brasiliano Lula, che ieri ha chiamato la premier, a fare marcia indietro rispetto all’ultimatum di mercoledì sera davanti al freno azionato dagli europei («Ora o mai più», aveva intimato Lula). Adesso la palla torna nelle mani della Commissione Ue a cui l’Italia chiede di inserire nell’intesa il principio di “reciprocità” a tutela del settore agricolo.
Per il secondo risultato, quello sul prestito, è stato invece decisivo il permanere di molti dubbi, non solo tra gli italiani, sulla solidità della base legale per l’uso dei beni russi congelati a garanzia di un prestito di riparazione. Meloni l’altroieri alle Camere aveva già esplicitato la necessità di scongiurare tutti i rischi, anche reputazionali, e di impatto sui conti pubblici. E gli sherpa avevano già cominciato a spingere sull’alternativa, ritenuta da Roma più «sostenibile» e meno esposta al pericolo di ritorsioni da parte della Russia di Vladimir Putin. Da qui l’accordo finale sul prestito tutto europeo: nessun dito nell’occhio a Mosca, ma comunque una dimostrazione di vicinanza europea a Zelensky e al popolo ucraino.
«Sono contenta che abbia prevalso il buon senso e che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie – ha spiegato la premier alle 3 del mattino lasciando il vertice – ma a farlo con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e finanziario». Meloni, che si è imposta sul cancelliere tedesco Friedrich Merz, ha rivendicato di aver collaborato a costruire un’alternativa valida per raggiungere due obiettivi: evitare eventuali ricorsi di Mosca e sostenere comunque finanziariamente Kiev in un momento di difficoltà.
Ma c’è un altro risvolto, tutto politico. Facendo tramontare il ricorso agli asset russi invisi al Belgio (la finanziaria Euroclear detiene la maggior parte dei 210 miliardi di beni congelati), la premier ha anche fatto a meno di irritare l’allegato leghista, Matteo Salvini, il più filorusso della coalizione. E ha in qualche modo rassicurato Donald Trump, di cui è l’alleata più fedele: l’Italia c’è e garantirà la coesione tra le due sponde dell’Atlantico continuando a mediare tra Europa e Usa. Sul campo a Bruxelles si è guadagnata il titolo di «arbitro», che le ha riconosciuto Le Monde a proposito del Mercosur. E che vale anche per il supporto finanziario all’Ucraina. È lei la pontiera. Ma per accontentare gli agricoltori, lascia amarezza e sconcerto tra le industrie nazionali ed europee che, in tempi di dazi Usa, continuano ad attendere con ansia l’accordo commerciale con il blocco sudamericano.











