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Negozi di vicinato, la desertificazione colpisce presidi sociali

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 21, 20263 min di lettura
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Negozi di vicinato, la desertificazione colpisce presidi sociali

C’è un fattore che i big dell’e-commerce non sono ancora riusciti a rubare alla controparte fisica: il rapporto umano. I dati raccolti dall’Osservatorio Reciprocità e commercio locale (promosso da Nomisma insieme a Percorsi di Secondo Welfare), sono molto chiari: per quattro italiani su cinque i negozi di vicinato sono presidi sociali che garantiscono la tenuta dei territori e delle comunità. Eppure, stando ai dati di Confcommercio, a oggi sono 206 i Comuni italiani che non hanno alcun esercizio di commercio al dettaglio.

I numeri

Lo studio, anticipato dal Sole 24 Ore, riporta la voce dei cittadini, che non solo ritengono che le attività di quartiere favoriscano l’economia sociale (nell’84% dei casi), ma le percepiscono come strumenti essenziali per rendere vivi i centri urbani (81%) e per generare un impatto sociale positivo (72%). E la riprova si vede nel mercato immobiliare: secondo Confcommercio, le case situate in quartieri colpiti da desertificazione commerciale perdono attrattività, causando una perdita di valore del 16% (ma il differenziale arriva al 39% rispetto a un immobile situato in un quartiere ricco di negozi).

Sono dati che suggeriscono quanto la pianificazione cittadina– urbanistica, demografica, sociale – dovrebbe andare di pari passo con quella commerciale. Con le peculiarità del singolo Comune: se le città più grandi hanno problemi nei centri storici e si muovono per ripopolarli, le zone rurali non hanno nemmeno avuto la forza politica e demografica per provare a contrastare le chiusure. «È stato chiuso tutto, e nessuno ha potuto protestare», spiega Francesco Capobianco, capo alle Politiche pubbliche di Nomisma, che cura l’Osservatorio. «Quando si arriva a chiudere l’ufficio postale, vuol dire che il paese semplicemente non esiste più».

Ma a soffrire maggiormente sono le città di medie dimensioni: «Per intenderci, non Bologna ma Forlì. Dove non c’era un tessuto industriale forte in grado di sostenere i salari e la città era molto legata al commercio, appena questo è venuto meno sono emersi i problemi: di sicurezza urbana, rendita immobiliare, presidio sociale». Le stime di Confcommercio al 2035 sembrano confermare il trend: Ancona rispetto al 2024 potrebbe perdere il 38,3% delle sue attività, Trieste il 31,1%, Ravenna il 30,9 per cento.

L’intervento degli enti locali

Gli enti locali si muovono come possono: dagli hub dell’Emilia-Romagna a veri e propri «Festival della prossimità». Azioni che rischiano però di avere breve respiro, se non si trovano meccanismi in grado di autoalimentarsi nel tempo. Uno di questi, secondo Nomisma, è la reciprocità, ovvero «un’azione positiva compiuta senza che sia stabilito un tornaconto diretto, attivando un circolo virtuoso che darà benefici a tutti gli attori coinvolti», spiega Capobianco. Un principio, secondo l’Osservatorio, che se applicato alle imprese locali potrebbe fare da «leva concreta per attivare reti collaborative e generare valore condiviso sul territorio». A questo proposito, il 91% degli intervistati dallo studio ha dichiarato di ritenere il principio di reciprocità importante.

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