Nelle ore in cui lo scontro tra l’Europa e gli Stati Uniti di Donald Trump diventa totale, dalle ripetute minacce all’integrità territoriale della Groenlandia e dunque della Ue a una nuova guerra dei dazi, il ruolo di ”pontiera” tra le due sponde dell’Atlantico assegnatosi dalla premier Giorgia Meloni rischia di traballare fino ad una irreparabile caduta. La linea di Palazzo Chigi resta quella di concordare con gli Usa una strategia di sicurezza per l’Artico che coinvolga quella Nato e di trattare per evitare un’escalation sui dazi. Anche per questo Meloni rifletterà fino all’ultimo sull’opportunità di partecipare al Word Economic Forum in corso a Davos, in Svizzera: potrebbe fermarsi nella giornata di domani prima dell’importante Consiglio Ue in caso di ipotesi di un vis a vis con il presidente Usa.
Non solo Artico e dazi. Al centro delle riflessioni di queste ore c’è la risposta all’invito mandato da Trump per far parte del Board of Peace per Gaza dopo il gran rifiuto di Emmanuel Macron costato alla Francia la vendetta dei dazi al 200% su vini e champagne. Verso il no all’eterogeneo e azzardato organismo che secondo le intenzioni di Trump costruirebbe una duratura pace in Medio Oriente ma che nei fatti picconerebbe quel che resta delle regole internazionali sostituendosi all’Onu, d’altra parte, si stanno muovendo anche il premier inglese Keir Starmer e il Cancelliere tedesco Friedrich Merz. Proprio con Merz, così come con gli altri partner Ue e con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, i contatti di Meloni in queste ore sono stati costanti. La presenza nel Board di Vladimir Putin e del suo fedele alleato bielorusso Lukashenko, poi, fa più che storcere il naso a due a ministri impegnati nella difesa dell’Ucraina come Antonio Tajani (Esteri) e Guido Crosetto (Difesa). Proprio da Forza Italia, di cui Tajani è segretario, arrivano le resistenze più forti, in linea con il Partito popolare europeo di cui gli azzurri sono una colonna da molti anni.
Ma non è solo una questione di opportunità politica, o meglio dell’impossibilità di sedersi assieme al dittatore anti Ue che tutti i giorni bombarda Kiev rompendo con i partner europei. Ci sono anche ostacoli di natura giuridica e costituzionale, attenzionati dal Quirinale, di cui Meloni deve tener conto. L’articolo 11 della Costituzione, lo stesso spesso citato che sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa e risoluzione delle controversie, consente all’Italia di far parte di organismi internazionali che perseguono la pace e la giustizia internazionale «a parità di condizioni con gli altri Stati». L’opposto, cioè, del Board proposto da Trump, dove e lui sarebbe primus inter pares, e che appare come una sorta di Onu privata con in più un “gettone” di ingresso di un miliardo di dollari. Senza contare che la ratifica dei Trattati internazionali deve passare per il voto del Parlamento con una legge ordinaria.
Tutte perplessità di natura costituzionale che nelle scorse ore sono state condivise con Meloni dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Si può immaginare che cosa pensi il Presidente, fortemente europeista e difensore delle regole internazionali, dell’iniziativa di Trump. Ma dal Quirinale ci tengono a far sapere che non c’è nessun stop al Board ma, appunto, «una condivisa perplessità di natura costituzionale». Per il resto la scelta resta politica, e per Meloni resta una scelta – di fatto – tra Trump e Ue ai limiti dell’impossibile.











