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Home » Petrolio ai massimi da sei mesi: venti di guerra tra USA e Iran
Politica

Petrolio ai massimi da sei mesi: venti di guerra tra USA e Iran

Sala StampaDi Sala StampaFebbraio 19, 20262 min di lettura
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Petrolio ai massimi da sei mesi: venti di guerra tra USA e Iran

Il prezzo del barile di petrolio è salito al livello più alto degli ultimi sei mesi. Il mercato scommette sempre più su un possibile intervento statunitense in Iran, complici i toni aggressivi tra Washington e Teheran e il massiccio dispiegamento di forze militari americane.

I numeri del mercato 

Il Wti sale del 2% a 66,48 dollari al barile, dopo aver toccato un picco di 66,71 dollari, il valore più alto dallo scorso agosto. Parallelamente, il Brent avanza dell’1,40% attestandosi a 71,45 dollari.

Un’infografica intitolata “Stretto di Hormuz” creata ad Ankara, Turchia, il 17 giugno 2025 (getty)

L’escalation diplomatica e militare 

L’Iran ha ribadito con forza il proprio “diritto” all’arricchimento dell’uranio. Di contro, gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump che ha paventato opzioni militari, hanno avvertito Teheran che esistono “molte ragioni” per colpire il Paese. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che per l’Iran sarebbe “molto saggio stringere un accordo”, mentre il vicepresidente Vance si è detto insoddisfatto per la mancata accettazione delle “linee rosse” statunitensi.

Nonostante l’iniziale ottimismo degli investitori per i colloqui di martedì a Ginevra, lo scenario è precipitato nelle ultime 24 ore. Gli Stati Uniti hanno dispiegato un’imponente forza d’attacco navale e aerea in Medio Oriente. Secondo alcuni media americani, l’esercito sarebbe pronto ad agire già in questo fine settimana, qualora il Presidente decidesse di dare il via libera.

Iran sequestra nave nello stretto di Hormuz

Iran sequestra nave nello stretto di Hormuz (AP)

L’analisi degli esperti L

’aumento dei prezzi “riflette un rafforzamento del premio di rischio geopolitico, con gli operatori che prevedono un conflitto prolungato piuttosto che uno shock isolato”, osserva Ole Hansen, analista di Saxo Bank.

Un’escalation militare rappresenta un rischio diretto per gli impianti petroliferi iraniani — il Paese è tra i primi dieci produttori mondiali — ma la minaccia principale riguarda lo Stretto di Hormuz, dove transita il 20% del greggio globale.

“Solo l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture di bypass significative tramite oleodotti”, sottolinea Hansen. “Anche un’interruzione parziale porterebbe a cambiamenti di rotta, premi assicurativi alle stelle e colli di bottiglia logistici molto prima che un blocco totale diventi realtà”.

Infine, gli analisti di Ing evidenziano come la quota significativa di petrolio già soggetto a sanzioni e la riluttanza di molti acquirenti a importarlo stiano limitando la percezione di un possibile surplus di offerta, mantenendo i prezzi sotto pressione.

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