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Home » Quando si è davvero ipertesi? Dalle linee guida alla vita di ogni giorno, a ognuno la sua risposta
Salute

Quando si è davvero ipertesi? Dalle linee guida alla vita di ogni giorno, a ognuno la sua risposta

Sala StampaDi Sala StampaAprile 30, 20266 min di lettura
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Quando si è davvero ipertesi? Dalle linee guida alla vita di ogni giorno, a ognuno la sua risposta

Chi ha i capelli bianchi ricorderà come qualche decennio fa esisteva un semplice calcolo per definire i valori ottimali di pressione arteriosa massima. Basta aggiungere a 100 l’età. Facile, intuitivo, sicuramente agevole da monitorare. Poi, progressivamente, si è scesi prima si è arrivati a 160 di sistolica e 95 di minima. Poi, in questo calo progressivo, si è arrivati ai livelli ottimali odierni, con i classici 120/80 (diciamo comunque che fino a 130 siamo ancora nel range della normalità, mentre sopra si parla già di pre-ipertensione) millimetri di mercurio ottimali. Il tutto, ovviamente, ha portato ad aumentare progressivamente il numero delle persone con ipertensione. Se sul fronte del rischio cardiovascolare ci sono le prove che abbassando i valori ottimali si ha un impatto su infarto ed ictus, come del resto è avvenuto con il colesterolo LDL, sotto l’aspetto degli stili di vita e dei farmaci l’approccio ha portato ad avere molti più soggetti che assumono terapie, con potenziali effetti collaterali in agguato, in una logica che vede il profilo tra costo e beneficio dei cali pressori sempre nettamente a favore del secondo in termini di popolazione, ma con evidenti variazioni soggettive che impattano sul benessere generale del singolo, specie se in presenza di polipatologie croniche che inducono la necessità di assumere diversi trattamenti ogni giorno, con evidenti effetti sul fronte dell’aderenza terapeutica.

Spostare la soglia verso il basso

A portare l’attenzione sulla tematica è una ricerca degli esperti dell’Università di Bologna apparsa su Medical Sciences. Gli autori segnalano come “secondo recenti stime, 1,4 miliardi di adulti di età compresa tra 30 e 79 anni vivono attualmente con una diagnosi di ipertensione, che è un importante fattore di rischio per diverse malattie cerebrovascolari e cardiovascolari potenzialmente letali. Ed è a questo punto che occorre riflettere, passando da un discorso in termini di popolazione alla soggettività del singolo. Perché grazie alle cure il rischio cardiovascolare si riduce, ma occorre fare attenzione ai valori accettabili sopra i quali ’a pressione elevata diventa un problema. In questo senso, la corsa al ribasso dettata dalle linee guida da un lato ha ridotto il livello di rischio di milioni di persone, ma dall’altro ha accresciuto i pazienti idonei alla terapia farmacologica o a schemi terapeutici più intensivi. Con un incremento dei costi ma soprattutto con molte più persone che non giungono al target desiderato. “Spostare i valori soglia verso il basso non determina soltanto il cambio di stato – da sane a malate – di milioni di persone, ma significa anche che tantissimi pazienti già in trattamento non riescono più a raggiungere i nuovi target di pressione, ora più bassi, e hanno quindi necessità di dosi maggiori di farmaci – è il commento di Lamberto Manzoli, professore al Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna –“.

Quanto impatta la pressione alta

Quando si parla di prevenzione cardiovascolare, alla persona si propone un coacervo di comportamenti e di obiettivi che rendono difficile comprendere il peso di ogni singolo fattore di rischio. E viene da chiedersi quanto davvero impatti sul rischio d’infarto ed ictus (oltre che di patologie renali ed altro) agire così, in termini generali, su tanti obiettivi. “Cinque fattori di rischio modificabili, spiegano più o meno la metà del carico globale delle malattie cardiovascolari: sono appunto ipertensione, diabete, fumo, ipercolesterolemia e obesità – precisa Francesco Prati, Presidente del Centro per la Lotta contro l’Infarto Fondazione Onlus e Direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’Azienda Ospedaliera San Giovanni Addolorata di Roma. Questo significa che metà degli eventi cardiovascolari teoricamente non esisterebbe se questi fattori fossero controllati”. A dirlo sono le determinazioni del Global Cardiovascular Risk Consortium che ha analizzato oltre due milioni di individui provenienti da 133 coorti internazionali in prevenzione primaria, stimando l’impatto dei fattori di rischio in termini di aspettativa di vita e anni liberi da malattia cardiovascolare, considerando anche cosa succede quando i fattori vengono eliminati tra i 55 e i 60 anni, quindi in una fase della vita in cui spesso si ritiene che “sia troppo tardi”. Dall’indagine emerge che non tutti i fattori di rischio hanno lo stesso peso prognostico. “L’assenza di diabete e fumo produce il maggiore guadagno in anni di vita e in anni liberi da malattia cardiovascolare: circa 4–5 anni senza eventi e 5–6 anni di sopravvivenza aggiuntiva – segnala Prati. La pressione sistolica inferiore a 130 millimetri di mercurio, colesterolo non-HDL basso e peso normale contribuiscono con benefici più contenuti, dell’ordine di 1–3 anni. L’ipertensione emerge comunque come il principale determinante degli anni liberi da eventi cardiovascolari, mentre il fumo resta il fattore più potente sulla mortalità globale, perché agisce simultaneamente su apparato cardiovascolare, respiratorio e oncologico -”. Attenzione: secondo lo studio Ridurre ipertensione, dislipidemia, diabete o fumo tra i 55 e i 60 anni produce benefici misurabili e clinicamente rilevanti. L’assenza di ipertensione in questa fascia d’età garantisce il massimo guadagno di anni liberi da eventi.

Valori da adattare caso per caso

Alla fine di questo ragionamento, come bisogna comportarsi? Ad aggiungere un tassello al mosaico delle conoscenze che portano a pensare quanto sia importante la soglia dei 120 millimetri di mercurio per la massima è da poco giunto uno studio apparso su Annals of Internal Medicine e realizzato dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston. Sostanzialmente, esaminando numerosissime informazioni da studi come il Systolic Blood Pressure Intervention Trial (SPRINT) e il National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES) gli esperti hanno visto che puntare a una pressione sistolica inferiore a 120 millimetri di mercurio consente di prevenire un maggior numero di infarti, ictus e altro rispetto ad un obiettivo di 130 o ancor più di 140. Il tutto, considerando anche i potenziali effetti indesiderati legati al trattamento del singolo paziente. Ma dagli stessi studiosi giunge un altro monito. Piuttosto che incaponirsi verso target difficili da raggiungere, conviene piuttosto lasciare anche la pressione un pochino più alta, pur se sempre entro valori di normalità, specie se si parla di anziani. Consiglio finale: conviene seguire le indicazioni delle linee guida per l’ipertensione dell’American Heart Association e dell’American College of Cardiology, apparse su Circulation, Hypertension, e sul Journal of american College of Cardiology. Ciò che conta è ricordare che l’ipertensione può uccidere in silenzio o comunque modificare la traiettoria della salute della persona. E quindi occorre giocare d’anticipo. Innanzitutto controllando regolarmente i valori senza nascondere il capo nella sabbia. E poi affidandosi al medico, considerando non solo questo indice di pericolo ma l’intero profilo di rischio cardiovascolare. Così si arriva ad un trattamento mirato al target ideale. Caso per caso. Con un richiamo a valori ottimali/normali. Siamo nella pressione normale con valori inferiori 120/80 millimetri di mercurio. E stando alle indicazioni USA parliamo di pressione elevata con valori compresi tra 120 e 129/80, di ipertensione di stadio 1 tra 130 e 139 per la massina o tra 80 e 89 per la minima. Con valori superiori per sistolica e diastolica siamo già nel campo dell’ipertensione di stadio 2.

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