No al decreto d’urgenza che introduce, novità storica, la dipendenza per i medici di famiglia. No, ancora più secco, al venire meno del rapporto “personale” con l’assistito. I medici in un coro contro la riforma Schillaci che dopo anni di “stop &go” sembra ormai prossima a diventare realtà, con la benedizione della presidente del Consiglio Meloni, fanno muro. Primo a guidarli, e non da ora, è il presidente della Federazione nazionale dei medici (Fnomceo) Filippo Anelli. Poi, i sindacati che con pochi distinguo attaccano la “svolta”. E mentre il dibattito s’infiamma, è lo stesso titolare della Salute a tentare di spegnere l’incendio con una risposta al Question time della Camera che non solo “tende la mano” alla categoria ma anzi promette la sua piena realizzazione nelle Case di comunità. Che sono poi la vera partita nella riorganizzazione delle cure territoriali voluta dal Pnrr e ancora, a guardare gli ultimi dati ufficiali, drammaticamente vuote di personale. Anche se pure su questo punto il ministro garantisce che tutto procede.

I medici: nessuna urgenza

Ma andiamo con ordine. Il primo a contestare innanzitutto la forma del provvedimento con cui il destino dei nostri medici di famiglia dovrebbe essere riscritto è stato Anelli, anche lui dottore di famiglia. «Il presupposto di fare un decreto d’urgenza per consentire ai medici di entrare nei casi di comunità cozza con la realtà che i medici stanno già nelle case di comunità e che le ore si possono già fare nelle case di comunità. Quindi la motivazione dell’urgenza manca», ha affermato durante il convegno “La cooperazione nell’organizzazione della medicina territoriale del Servizio sanitario nazionale”, organizzato da Legacoop proprio al ministero. «Il ragionamento sulle case di comunità nasce cinque anni fa», ha ricordato, quando con il Covid è emersa la «necessità di rafforzare un’assistenza territoriale in cui i medici erano stati lasciati soli e che c’era bisogno di un’integrazione di figure. Quindi le case di comunità nascono come strumento di integrazione multiprofessionale». Un progetto da cui ancora si è molto lontani. «Pensare che nelle case di comunità ci possono essere solo i medici – attacca – mi sembra un fallimento di questo presupposto. In questi quattro anni di Governo mi sarei aspettato che qualcuno ci dicesse di aver impegnato risorse per assumere infermieri, fisioterapisti, ostetriche, tecnici per dare una serie di risposte all’esigenza di salute». Risorse che drammaticamente mancano, se è vero che di infermieri sul territorio ne mancano all’appello 20mila anche a fronte della disaffezione verso il Servizio sanitario nazionale e delle “sirene” di più alti stipendi dall’estero. Eppure, conclude Anelli, per paradosso si sta pensando di «modificare un sistema di assistenza medica che grazie al cielo funziona».

Schillaci: medici “potenziati”

E’ chiaro che la riforma del ministro Schillaci “scotta”. Non a caso i toni usati nell’intervento alla Camera suonano, se non come l’annuncio di un passo indietro, come il tentativo di rilanciare un dialogo che oggi ha coinvolto essenzialmente le Regioni. La promessa del ministro è che la sua riforma “non smantella ma potenzia” i medici di famiglia, oggi gravati da una situazione insostenibile tra scartoffie e nuove richieste di cura in una Paese invecchiato. «Sono sempre meno e la professione ha perso attrattività negli anni. I carichi burocratici, l’isolamento professionale e la mancanza prospettive di carriera fanno sì che i giovani medici guardino altrove. Chi rimane, regge spesso in maniera eroica un modello non più adeguato alla domanda di salute del nostro tempo. La riforma parte da qui: non viene smantellata la figura del medico di famiglia, stiamo finalmente liberando tutto il suo potenziale. Il medico di medicina generale deve tornare a essere il garante della salute dei cittadini».

Il ministro ha dipinto un medico di famiglia che «non è solo il gestore di malattie acute: è il presidio della prevenzione, dell’educazione agli stili di vita, della cronicità gestita sul territorio prima che diventi emergenza. Per farlo – ha avvisato – ha bisogno di una squadra, di strumenti digitali, di un complesso organizzativo che sostenga il suo lavoro». Per questo è necessario passare «da una sanità che gestisce la malattia a una che costruisce la salute, con il cittadino come partner informato e non come utente passivo».

No a proposte “dall’alto”

Sulle nuove cure territoriali e sull’attuazione delle case di comunità intanto «il confronto con le Regioni è avviato da inizio Legislatura: è stato costruttivo e operativo. La proposta finale – è la promessa del ministro – non sarà calata dall’alto ma sarà il frutto di un lavoro condiviso con i soggetti attuatori che quelle strutture le devono realizzare e gestire. E con le organizzazioni di categoria il confronto, come in passato, ci sarà».

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