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Home » Smart glasses, il laboratorio Essilux-PoliMi cresce di taglia
Economia

Smart glasses, il laboratorio Essilux-PoliMi cresce di taglia

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 6, 20265 min di lettura
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Smart glasses, il laboratorio Essilux-PoliMi cresce di taglia

Per il laboratorio sugli occhiali intelligenti, polo di eccellenza internazionale per la ricerca, la scelta è fatta. La casa è a Milano, al Politecnico, che con EssilorLuxottica ha creato lo Smart Eyewear Lab: un team multidisciplinare di oltre 100 tra scienziati, ricercatori e ingegneri da tutto il mondo, che ogni giorno scoprono le nuove frontiere della tecnologia. E dove si preparano le nuove generazioni a progettare i dispositivi indossabili intelligenti del futuro, superando i confini di una formazione troppo specialistica per entrare in una più ibrida e integrata in cui il fisico lavora con l’informatico, l’ingegnere con il biomedico, il designer con lo scienziato dei materiali. Con un progetto che ora arriva anche nelle aule del Politecnico. Ai blocchi di partenza, lo scorso settembre si sono presentati quasi 800 studenti. E non è stato che l’inizio. «La collaborazione con il Politecnico di Milano parte da lontano, quando era ancora rettore Ferruccio Resta. A dare continuità anche l’attuale rettrice, Donatella Sciuto, che ha sempre creduto nel progetto e nella visione che lo guida», ci racconta Federico Buffa, responsabile della ricerca e sviluppo, del prodotto e del marketing di EssilorLuxottica.

Il programma multidisciplinare

Il laboratorio lavora per creare una piattaforma tecnologica in cui gli occhiali sono una porta di accesso a nuovi mondi dove si incontrano intelligenza umana e artificiale per arricchire l’interazione tra reale e digitale. E diventa laboratorio nel laboratorio con la nascita di un programma interdisciplinare in smart wearable technologies costruito in collaborazione dall’ateneo e dal Gruppo guidato da Francesco Milleri. Per il Politecnico di Milano «è un progetto che si inquadra in un’iniziativa strategica chiamata percorsi interdisciplinari – ci spiega il vicerettore per la didattica Stefano Ronchi – con cui abbiamo voluto creare discontinuità rispetto alle lauree tradizionali che portano a creare profili specializzati, ma senza una reale integrazione interdisciplinare. La tecnologia, per esempio nell’IA, nei materiali e nella fotonica evolve sempre più rapidamente in diverse direzioni che richiedono competenze che cambiano nel tempo e sono molto differenti tra loro. Per questo è difficile che una forte specializzazione non debba essere aggiornata a pochi anni dalla laurea, ed è altrettanto difficile che un laureato possa presidiare in modo approfondito tutto lo spettro di competenze necessarie». E’ così che i docenti dell’ateneo milanese hanno cominciato a interrogarsi su come evitare il duplice rischio di specializzazioni a rischio di obsolescenza e dei profili eccessivamente ampi. «La via scelta è stata quella dei percorsi interdisciplinari», continua Ronchi.

Dagli Usa all’Italia

Per raccontare la storia bisogna andare indietro di una decina di anni e spostarsi nel triangolo molto esteso tra Milano, Agordo e la Bay Area (San Francisco) dove EssilorLuxottica stava maturando profonde riflessioni sulle tecnologie indossabili. È stato un percorso lungo che ha portato il gruppo a ricondurre all’Europa e all’Italia la storia degli occhiali intelligenti, gli smart glasses. Un cammino nato inizialmente dalla collaborazione con Google prima e Intel poi, rivelatasi un’esperienza significativa soprattutto per gli insegnamenti tratti dagli errori di quei primi passi. All’inizio abbiamo cercato «una collaborazione con un’Università tecnica e ci siamo concentrati sulla California per costruire partnership accademiche – dice Buffa -. Col tempo ci siamo resi conto che quasi sempre a guidare la parte più avanzata delle innovazioni di nostro interesse erano ricercatori italiani. Grazie ai contatti costruiti, abbiamo individuato i centri per noi più promettenti, sicuramente uno è l’ETH (il Politecnico federale, ndr) di Zurigo con cui abbiamo delle collaborazioni, l’altro il Politecnico di Milano, dove abbiamo trovato l’ecosistema che stavamo cercando», racconta Buffa. In questo momento storico, soprattutto, «a livello europeo, si sta consolidando una chiara volontà di costruire un ecosistema tecnologico con il proprio centro nevralgico in Europa. In questa direzione si muovono anche diverse grandi aziende, sempre più orientate a privilegiare e rafforzare gli investimenti in Europa – continua Buffa -. È una grande responsabilità che sentiamo con molta forza in questo momento. La ricerca ha costi altissimi che sono generalmente fuori scala, nessuna azienda può fare da sé, l’unico modo è creare un ecosistema tra aziende e università».

L’elettronica per l’occhiale

Il secondo fattore che ha dato un impulso fondamentale al progetto è il fatto che «tra i tanti concetti che stavano maturando nel mondo delle tecnologie indossabili gli occhiali trovavano uno sviluppo parziale perché l’attenzione era soprattutto sulla telefonia e su altri ambiti – dice Buffa -. La nostra collaborazione con Google, per esempio, sugli smart glasses e con Bose per la parte acustica non ci bastava per fare il salto che volevamo fare, ci rendevamo conto di essere limitati dalle tecnologie esistenti. Dovevamo costruire un’elettronica, sia hardware che software, pensata appositamente per l’occhiale. Al Politecnico di Milano abbiamo trovato nella formula del Joint Research Center quello che cercavamo».

Tra ingegneria e design

Il laboratorio che è stato costruito oggi fa parte di un progetto molto più ampio dove rientra anche il primo corso interdisciplinare in smart wearable technologies, «un programma all’interno del percorso di laurea magistrale unico in Italia, nato all’incrocio tra ingegneria e design, per formare professionisti capaci di progettare la prossima generazione di dispositivi indossabili intelligenti – dice Ronchi -. Si sarebbe potuto pensare ad un nuovo corso di laurea ma per noi non era la strada corretta. Siamo voluti andare oltre perché nel mondo del lavoro è sempre più importante saper dialogare in team multidisciplinari dove le persone portano competenze diverse. Quello che abbiamo creato è proprio un percorso interdisciplinare dove l’ingegnere fisico porta il meglio della fotonica, l’ingegnere informatico ed elettronico gli algoritmi e l’hardware più avanzati, l’ingegnere biomedico la conoscenza dell’interazione del corpo umano con i dispositivi, il designer lavora sull’indossabilità e le funzionalità . Così gli studenti affrontano problemi nuovi in gruppi multidisciplinari. L’interesse è stato immediato e per il primo percorso partito in settembre abbiamo ricevuto 799 candidature arrivate da scuole di Design e Ingegneria. Il prossimo settembre partirà la seconda edizione».

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