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Home » Solo il 45% degli italiani promuove il Ssn, ma l’intelligenza artificiale può dare una mano
Salute

Solo il 45% degli italiani promuove il Ssn, ma l’intelligenza artificiale può dare una mano

Sala StampaDi Sala StampaSettembre 24, 20263 min di lettura
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Solo il 45% degli italiani promuove il Ssn, ma l’intelligenza artificiale può dare una mano

Meno di un italiano su due (il 45%) si dice soddisfatto del servizio sanitario a fronte del 56% degli altri Paesi, in leggero calo rispetto al 2025 (48%) ma nettamente in discesa dai tempi del Covid, quando nel 2022 il Ssn era più popolare e lo promuoveva il 62%. L’unica area che secondo gli italiani riceve un buon supporto pubblico è quella dell’accesso ai farmaci (59%), mentre appena il 40% si sente ben supportato dal Ssn nella prevenzione, solo il 24% nell’assistenza agli anziani e il 21% sulla salute mentale. Quasi sei italiani su dieci aprono poi all’impiego dell’intelligenza artificiale a patto che resti centrale la relazione umana.

La fotografia nitida del presente e del futuro della nostra sanità la scatta l’ultimo focus italiano dello Stada Health Report 2026, presentato ieri a Milano nel corso di un evento promosso da EG Stada Group in collaborazione con Il Sole 24 Ore. L’indagine, condotta da Human8 per conto di Stada, ha coinvolto circa 2mila italiani tra i 18 e i 76 anni nell’ambito di una ricerca online realizzata in 20 Paesi tra febbraio e marzo 2026.

Se guardando al futuro gli italiani si dicono preoccupati per i loro bisogni di assistenza quando invecchieranno, nel presente indicano le criticità maggiori nelle liste d’attesa (73%) nell’accesso alle cure primarie (57%) e nella prevenzione (32%). E colpisce appunto la “cauta” apertura alla tecnologia: quasi 3 italiani su 5 (59%) si dichiarano disponibili a prendere in considerazione una consulenza basata sull’intelligenza artificiale invece di rivolgersi a un medico ma, nella maggior parte dei casi, solo a determinate condizioni, come la possibilità di un successivo confronto con un professionista sanitario (23%), l’uso dell’AI come secondo parere (13%) o per disturbi lievi (11%). E se oltre 4 su 10 (44%) non usano l’intelligenza artificiale per la salute, tra tutti gli altri – la maggioranza – che già vi ricorre, gli impieghi più frequenti riguardano una migliore comprensione delle diagnosi (31%) e i consigli sulla prevenzione (25%). Tra le preoccupazioni ci sono il rischio di errori o diagnosi errate (52%), l’utilizzo dei dati sanitari senza consenso (36%) e la riduzione dell’interazione umana (36%), mentre sul fronte delle aspettative, il 44% auspica diagnosi più rapide, il 39% un’assistenza meno costosa e il 35% un accesso più semplice ai servizi medici. Nel dibattito che ha seguito la presentazione dei dati, a cui hanno partecipato esperti, medici e farmacisti – da Claudio Cricelli (Simmg) a Valeria Fava (Cittadinanzattiva), da Andrea Mandelli (presidente Federazione Ordini dei farmacisti) ad Annarosa Racca (Federfarma Lombardia) fino a Ugo Tamborini (Ordine medici Milano) – è emersa chiaramente innanzitutto la necessità di rivedere l’architettura del Ssn oltre a spingere sulla prevenzione e la sinergia tra tutti gli operatori. Mentre sullo tsunami che può provocare l’AI gli esperti – Luca Buscioni (ceo QuiCare), Fiorenzo Corti (Fimmg), Giuseppe Remuzzi (direttore Mario Negri) e Francesco Ferro Russo (presidente giovani farmacisti) – la promuovono soprattutto quando questa può migliorare il percorso di cura restituendo tempo al medico per dedicarsi al paziente.

«Oggi il nostro servizio sanitario nazionale attraversa una fase di difficoltà e mostra alcune fragilità, ma resta un valore fondamentale per il Paese, che dobbiamo impegnarci a preservare», avverte Salvatore Butti, general manager & managing director di EG Stada Group. Che sottolinea come il Repor Stada Health sia diventato «uno strumento di discussione e di stimolo su tanti temi, dall’alfabetizzazione sanitaria alla digitalizzazione e all’intelligenza artificiale, che possono offrire un contributo importante aiutando i professionisti sanitari a rendere il percorso di cura più semplice, tempestivo e vicino ai bisogni delle persone, all’interno di un modello in cui la relazione umana deve restare centrale».

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