L’Italia degli spinout (ossia le start up nate da progetti accademici) resta ancora un ecosistema emergente, ma se prendiamo i dati del medio periodo si vede una chiara accelerazione. Dal 2020, secondo Dealroom, piattaforma di strumenti digitali per il private equity, sono stati censiti oltre 230 spinout universitari di tecnologie innovative basate su scoperte scientifiche e scienze della vita finanziati e supportati da venture capital. Hanno raccolto quasi un miliardo di dollari (948 milioni), di cui oltre un quarto, 250 milioni solo nel 2025. Rispetto al 2017, quando l’intero comparto raccoglieva circa 30 milioni di dollari, c’è stata una moltiplicazione di ben 8 volte della raccolta dei finanziamenti: attualmente sono saliti a 360 milioni e la valutazione del valore dell’ecosistema è di circa 5,2 miliardi, con oltre il 75% dei capitali raccolti 2024.
Il quadro italiano si inserisce in un contesto internazionale europeo di grande effervescenza come ha messo in evidenza lo European Spinout Report del 2025, realizzato da Atlantic VC, Cambridge Innovation Capital, Dealroom, MITO Technology, Northern Gritstone e Oxford Science Enterprises: le startup deep tech e life sciences nate come spinout dalle università europee hanno un valore complessivo di 399 miliardi di dollari e occupano una posizione sempre più influente nell’ecosistema tecnologico.
A guidare la creazione di valore delle società tecnologiche ci sono Regno Unito, Svizzera, Francia e Germania, mentre Belgio, Paesi Bassi e Paesi Nordici hanno generato un valore significativo. In particolare ci sono quattro università – nessuna delle quali italiana – che si distinguono nella creazione di valore delle spinout e cioè l’università di Cambridge, quella di Oxford, ETH di Zurigo, l’École Polytechnique Fédérale di Losanna e infine la University College London (UCL), limitandosi alla top five.
Arrivando ai nostri giorni, con oltre 7.300 startup e più di 167.000 posti di lavoro creati, le deep tech e life science spinout europee, nel solo 2025 hanno già raccolto 7,9 miliardi di dollari di capitale di rischio ed è verosimile che possano chiudere l’anno con una raccolta di 9,1 miliardi di euro, in netta crescita rispetto agli 8,9 miliardi del 2024. Tutto questo significa che, rispetto al 2019, cioè rispetto al periodo precedente la crisi pandemica, la raccolta è più che raddoppiata e i progetti nati da università e centri di ricerca pesano ormai per il 40% delle nuove startup deep tech e life science lanciate dal 2019 in poi. «L’ecosistema scientifico europeo rimane uno dei nostri asset strategici più sottovalutati», interpreta Massimiliano Granieri, professore ordinario di Diritto Privato Comparato presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica e Industriale dell’Università di Brescia e presidente di MITO Technology, l’unico operatore di venture capital che fa parte del consorzio che ha realizzato il report. L’opportunità oggi è «trasformare questa eccellenza in scala industriale e competitività globale, assicurando che l’Europa riesca a commercializzare le proprie innovazioni in casa, invece di esportare idee all’estero – continua Granieri -. I dati confermano l’efficacia delle iniziative istituzionali italiane dalle risorse di CDP Venture Capital, alla piattaforma Knowledgeshare di Netval, dai bandi Smart & Start Italia di Invitalia, fino alle misure UTT e Proof of Concept del MIMIT».
Tornando ai dati italiani, come detto, mostrano un ecosistema ancora emergente. Se confrontati con i grandi benchmark continentali, il differenziale è ancora ampio ma non incolmabile: la Francia conta oltre 830 spinout con 7,5 miliardi di dollari raccolti dal 2020 (più di 1 miliardo nel solo 2025) e 42 miliardi di valore aggregato, mentre la Germania supera i 570 spinout, 9,3 miliardi di dollari di funding dal 2020 e 125,6 miliardi di enterprise value. La Spagna, che qualche anno fa era molto più vicina all’Italia, è già salita a 360 spinout e 1,5 miliardi raccolti dal 2020 e 10,5 miliardi di valore complessivo, con oltre 500 milioni di dollari raccolti nel 2025. In termini assoluti l’Italia parte da una base più piccola, ma mostra tassi di crescita superiori, con una raccolta di finanziamenti in crescita di 8 volte in un decennio. A fare da traino è la specializzazione molto verticale sul life science, con medtech e biotecnologie in particolare, e un deeptech in accelerazione, soprattutto nelle tecnologie per la decarbonizzazione e nell’intersezione fra ricerca industriale e manifattura avanzata.









