Un momento difficile per il futuro delle Terme di Acqui, polo storico del sistema termale italiano, arrivato ad uno snodo difficile a ridosso della scadenza delle concessioni per le attività sanitarie, ad aprile prossimo, con la proprietà – Finsystems, controllata dalla famiglia Pater – che ha aperto una procedura di fallimento per i cinque dipendenti della struttura.
Sindacati e istituzioni sono in campo per cercare una soluzione strutturale e rilanciare il sito del Basso Piemonte che conta un indotto di 15 lavoratori stagionali e che rischia di non aprire i battenti la prossima primavera. L’idea della Regione è di riprendere il controllo della società, privatizzata nel 2015, quando la concessione dei complessi termali, inclusi i Nuovi Stabilimenti e il Grand Hotel, è stata ceduta alla famiglia Pater.
Sulla vertenza, la Regione ha aperto un tavolo di crisi e durante l’ultimo incontro l’assessore al Lavoro e vicepresidente Elena Chiorino ha assicurato che «nessun lavoratore sarà lasciato indietro, come Regione siamo pronti a garantire continuità occupazionale ai lavoratori di Acqui Terme». L’idea è di mettere in pista un meccanismo di assunzione dei lavoratori, oggi a tempo indeterminato, per gestire i prossimi mesi.
La situazione per i 15 addetti stagionali – tutte professionalità da tutelare dicono sindacati e Regione – è più delicata perché rischierebbero, qualora le Terme non riaprissero, di restare senza alcuna copertura. Per loro si lavora all’ipotesi di trasferimento a carico della sanità regionale ma con contratti in somministrazione.
Nodo della questione è la scadenza della concessione dele acque termali a uso sanitario ad aprile prossimo e la richiesta, da parte dell’attuale gestore, di sostegno per fare gli interventi di ristrutturazione necessari al polo storico delle Terme, quantificati in questa prima fase in circa 200mila euro. Un tema delicato perché la proprietà ha impugnato al Tar la scadenza della concessione, in un primo momento perenne e poi diventata “a termine”.










