Film di fantascienza, corsi di “potenziamento mentale” e aneddoti su presunte capacità nascoste hanno reso popolare l’idea che il cervello umano funzioni solo al 10% delle sue possibilità, lasciando inutilizzata una sterminata riserva di materia grigia. È un’immagine suggestiva e allettante quella di possedere un potenziale inespresso che, se sbloccato, potrebbe regalarci doti straordinarie. Le neuroscienze, però, raccontano una storia diversa: il cervello, anche nei momenti di riposo, è un organo quasi sempre attivo nella sua interezza…
E’ vero che utilizziamo solo una piccola parte del cervello?
No. È un’idea diffusa da decenni ma priva di fondamento scientifico. Un neurologo della Johns Hopkins School of Medicine ha definito questa convinzione così sbagliata da essere quasi ridicola, spiegando che si utilizza praticamente ogni parte del cervello e che la maggior parte di esso è attiva quasi sempre. Anche un neurologo della Mayo Clinic ha confermato che, considerando l’arco delle 24 ore, si arriva a utilizzare il 100% del cervello: persino durante il sonno restano attive aree come la corteccia frontale, coinvolta nei processi decisionali, o le regioni che elaborano gli stimoli provenienti dal corpo. Un gesto quotidiano come versare il caffè nella tazza, per esempio, richiede la collaborazione simultanea di più aree cerebrali: quelle visive, quelle motorie, il cervelletto, i gangli della base.
Uno degli argomenti più solidi contro il mito è il consumo di energia: nell’adulto medio il cervello rappresenta circa il 2% del peso corporeo, ma consuma da solo circa il 20% dell’energia (sotto forma di ossigeno e calorie) di tutto l’organismo, con un tasso metabolico che resta sorprendentemente costante indipendentemente da quanto si è mentalmente o fisicamente attivi. Da un punto di vista evolutivo, un organo così dispendioso e per il 90% inutilizzato non avrebbe avuto senso: la selezione naturale avrebbe favorito cervelli più piccoli ed efficienti.
Perché nelle immagini di risonanza magnetica si accendono solo poche aree?
È un equivoco comune, ma nasce da un fraintendimento di come funzionano queste tecniche. Le immagini prodotte con la risonanza magnetica funzionale non mostrano “l’attività assoluta” del cervello, ma immagini differenziali: vengono colorate solo le aree la cui attività supera un livello basale in un determinato compito, rispetto a una condizione di controllo. Prendiamo ad esempio quegli studi che vogliono indagare la risposta del cervello a immagini di volti umani: i ricercatori cercheranno quindi quelle aree che si attivano in maniera peculiare e unica per quel compito. Le immagini mostreranno quindi una colorazione in giallo e rosso di quelle aree specifiche. Le zone che restano grigie però non sono spente, si trovano in una sorta di stand-by, con un’attività di fondo che continua comunque a svolgere un ruolo funzionale. In altre parole, la mappa colorata racconta dove il cervello lavora “di più” per un compito specifico, non dove il cervello lavora e basta.
E’ vero che solo il 10% delle cellule del cervello sono neuroni, e che il resto serve a poco?
Anche questa convinzione, spesso usata per rafforzare il mito, non regge al confronto con i dati più recenti. L’idea che le cellule gliali (di supporto) siano dieci volte più numerose dei neuroni nasce da affermazioni degli anni ‘60, mai sostenute da prove sperimentali solide, che però sono state riprese per decenni anche in manuali di neuroscienze molto autorevoli. Solo nel 2009 una tecnica di conteggio cellulare più accurata ha dimostrato che il rapporto tra cellule gliali e neuroni nell’intero cervello è vicino a 1 a 1 con una stima più precisa di 0,7 a 1, quindi addirittura leggermente inferiore, non superiore, a quanto sostenuto dal mito. Le cellule gliali, inoltre, non sono affatto “inerti”: svolgono un ruolo attivo nel nutrire e sostenere i neuroni e partecipano anche ai processi che sostengono la memoria.



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