Donald Trump ha deciso di cambiare tono e rotta su Minneapolis in seguito alla pressione di molti repubblicani e alleati, preoccupati dall’erosione del sostegno pubblico sulla sua principale promessa elettorale, quella della stretta sull’immigrazione. A pesare anche le critiche dei sostenitori dei diritti delle armi, solitamente fedelissimi del presidente.
A ricostruire le 48 ore che hanno spinto Trump a fare retromarcia in Minnesota è il Wall Street Journal, secondo il quale i toni più concilianti e morbidi sembrano indicare come al momento abbia scelto l’ala meno estremista della sua amministrazione. Nell’ultimo anno il presidente si è schierato con i suoi collaboratori falchi, in primis la ministra Kristi Noem, che premevano per operazioni a tappeto. Trump invece ora ha puntato sullo zar dei confini Tom Homan, che preferisce un approccio più metodico, anche se più lento, nell’individuare i migranti con precedenti penali e predilige procedere con ordini di espulsione definitivi.
A recapitare al presidente il messaggio più chiaro è stato il senatore Lindsey Graham, suo alleato. La Casa Bianca – gli ha detto domenica – deve cambiare la narrativa perché i video in circolazione su Alex Pretti, il 37enne ucciso, stavano offuscando i successi ottenuti su altri aspetti dell’agenda presidenziale sull’immigrazione.










