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Economia

Cimbri: il progresso dell’Italia dipenderà dal capitale umano

Sala StampaDi Sala StampaNovembre 25, 20256 min di lettura
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Cimbri: il progresso dell’Italia dipenderà dal capitale umano

«L’Italia ha il capitale umano come asset maggiore per progredire e per questo serve alzare il livello di istruzione ma anche evitare di disperdere quel capitale umano all’estero», sostiene il presidente di Unipol, Carlo Cimbri. Nella sua visione non c’è nessun timore dell’impatto occupazionale del progresso tecnologico: «Non è vero che con l’avvento della tecnologia, dell’intelligenza artificiale avremo generazioni di disoccupati – dice -. Non sarà così, non è stato così in nessuna delle rivoluzioni industriali che sono intervenute nella storia economica del mondo. Scompariranno determinati lavori ma ne verranno altri». Questo accadrà però nella misura in cui sarà «valorizzato e premiato il merito come elemento centrale per la competitività del Paese», ragiona il manager. «L’Italia, che è un piccolo Paese comparato ai grandi mondiali, non può competere sulla quantità ma sulla qualità», aggiunge. Si capisce così perché nel rapporto 2025 del Think tank “Welfare, Italia”, la seconda sezione è stata tutta dedicata all’analisi dello stato del capitale umano e dei suoi fattori di sviluppo: istruzione, competenze, stato del mercato del lavoro, attrazione dei talenti.

La crisi demografica

Se si vuole parlare di capitale umano la prima questione da risolvere è senz’altro quella demografica che ha subito un’inversione di tendenza da cui sembra non poter tornare indietro. Quel tasso di crescita della popolazione che tra il 1900 e il 2014 è stato in media dello 0,5%, nell’ultimo decennio si è trasformato in un analogo (- 0,4%) tasso di decrescita. Le nascite sono ormai scese intorno alle 370mila e questo sta contribuendo a fare dell’Italia il secondo dei Paesi più anziani al mondo, dopo il Giappone, con un quarto della popolazione di età pari o superiore ai 65 anni e oltre 4,5 milioni di ultraottantenni. Se da un lato questo squilibrio ci porterà a diventare un paese ancora più anziano, dall’altro lato sta mettendo tutto il mondo del lavoro di fronte al fatto che manca il capitale umano. L’allungamento delle aspettative di vita, secondo Cimbri apre numerosi fronti su cui lavorare, dal sistema pensionistico agli strumenti per poter impiegare risorse ancora attive. «Questa è una frontiera su cui c’è ancora molto spazio. Spesso le persone vanno in pensione perché temono che cambino le regole e quindi di non riuscire ad arrivarci. Le persone però hanno voglia di fare, sono interessate a collaborare, magari non a tempo pieno. Il tema non è tanto lo stipendio ma sentirsi ancora occupati o utili nel contesto sociale in cui si vive. Chi esce dall’attività lavorativa tradizionale e ha cumulato un bagaglio di esperienze, competenze e di saggezza, potrà essere più e meglio impiegato utilmente per esempio anche nella formazione dei giovani», dice il manager. Seguendo il trend attuale nel 2035 i pensionati supereranno gli occupati, mettendo a dura prova la sostenibilità complessiva del sistema di welfare. Se pensiamo a quello pubblico il sistema pensionistico andrà a gravare sempre più sul bilancio pubblico.

Il contrasto alla povertà sociale ed educativa

Quando si parla di bambini e ragazzi, il nostro Paese non può essere considerato omogeneo nelle opportunità che il livello di reddito da un lato e il sistema educativo dall’altro offrono. Nel 2024, il 23,1% degli italiani era a rischio povertà ed esclusione sociale. Dentro questo insieme ci sono 1,3 milioni di minori, un numero che mostra tutta l’urgenza di trovare strumenti per agire sul piano del sistema economico, ma anche su quello delle opportunità educative e sociali. Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile è uno strumento chiave per mobilitare risorse pubbliche e private e per attivare reti per prevenire forme di esclusione sociale di lungo periodo. Il Fondo ha una dotazione che nel tempo ha superato 800 milioni e dal 2016 al 2025, tra l’altro, ha attivato 23 bandi, selezionato 800 progetti per 500 milioni di contributi. Tutto questo ha consentito di offrire a più di 650mila bambini nuove opportunità. Da un lato contrastando la dispersione scolastica e la povertà educativa e digitale. Dall’altro favorendo il benessere psicologico, la tutela dei minori vittime di maltrattamenti, degli orfani di femminicidio e l’inclusione di minori stranieri non accompagnati. Il terzo settore ha in tutto questo un ruolo centrale.

La relazione tra istruzione e reddito

Il contrasto alla povertà educativo è fondamentale per la crescita del Paese, perché come mostrano ormai innumerevoli studi, esiste una correlazione positiva tra anni medi di istruzione e livelli di produttività del lavoro. Presente e futuro. Se guardiamo al mercato del lavoro, infatti, i figli di genitori con un basso livello di istruzione hanno un tasso di abbandono scolastico del 23,9%, rispetto al 5% di chi ha genitori con un titolo di studio secondario di secondo grado e solo l’1,65 di chi ha genitori laureati. Inoltre il tasso di occupazione di chi ha un titolo di studio inferiore è più basso di 19 punti rispetto a chi ha un titolo di studio secondario di secondo grado e di 41 punti rispetto a chi possiede una laurea. Il quadro non cambia quando si parla di retribuzioni: il reddito medio annuo di chi ha un basso livello è di 18.700 euro, il 21,4% in meno di chi ha un diploma di scuola media superiore (23.800 euro) e il 41% in meno di chi possiede una laurea (31.900 euro). Bassa istruzione corrisponde anche a maggiore probabilità di povertà ed esclusione sociale.

L’investimento in educazione

Il nostro Paese, però, destina solo il 4% del Pil (circa 78 miliardi di euro) all’istruzione, un valore inferiore alla media europea e quasi la metà rispetto a Paesi come Svezia (7,6%), Danimarca (7%) e Finlandia (6,5%), ma anche rispetto a Francia (5,4%), Germania (5,5%) e Regno Unito (5,9%). I risultati dei test Pisa degli studenti italiani sono impietosi: quelli di matematica sono inferiori di quasi 2 punti percentuali rispetto alla media Ocse e in peggioramento. Quelli nelle abilità di lettura, pur essendo peggiorati, rimangono migliori, mentre quelli nelle scienze ancora una volta sono al di sotto di oltre 2 punti rispetto alla media Ocse. Con una grande eterogeneità regionale, in cui i ragazzi che vivono al Sud e in Sardegna devono fare i conti con risorse che non consentono loro di fare tutte le esperienze utili alla loro crescita personale. La fragilità del nostro sistema educativo e formativo si traduce anche nel fatto che l’Italia ha ben oltre un milione di Neet (Not in education, employement or training) ed è il secondo peggior Paese nella Ue per la quota di Neet, nella fascia 15-29 anni: il dato italiano è del 15,2%, contro una media del 9%.

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