«Abbiamo definito una disciplina puntuale per la verifica delle qualifiche in modo da renderla strutturale, superando quella emergenziale nata con il Covid. Sono state recepite anche osservazioni delle Regioni e quel testo è all’esame della Conferenza Stato-Regioni dall’aprile 2024. E’ evidente che sarebbe auspicabile concludere l’iter di questa Intesa a tutela della professionalità degli operatori sanitari e soprattutto della salute dei cittadini». Dal ministro della Salute Orazio Schillaci interpellato dal Sole-24Ore arriva un input forte per regole chiare capaci di mettere fine al Far West nel riconoscimento dei titoli degli operatori extra Ue che dall’estero vengono a lavorare in Italia. E di cui il nostro Paese, che solo per gli infermieri stima una carenza di 70mila addetti, ha disperatamente bisogno.
L’allentamento dei criteri per ammettere in corsia chi arriva da fuori, introdotto con la pandemia (decreto Cura Italia) e poi prorogato per la penuria di risorse nostrane, è destinato a protrarsi ancora fino al 2027 e intanto l’Intesa Stato-Regioni con cui il decreto Bollette chiedeva di regolamentare l’ingaggio di medici, infermieri, fisioterapisti e Oss stranieri è bloccato da Regioni come la Lombardia, teatro dell’ultimo fatto di cronaca al San Raffaele di Milano che ha riacceso i riflettori sul tema critico della sicurezza dei pazienti, se affidati a personale di dubbia formazione. Addetti che – accanto a tanti altri che seguono l’iter standard di riconoscimento del titolo – esercitano “in deroga” configurando per l’Italia uno scenario con medici e infermieri “di serie A” e “di serie B”: i primi iscritti all’ordine e quindi tracciabili, tenuti a seguire corsi di formazione e a stipulare polizze; i secondi ignari della lingua e quindi limitati nel confronto con colleghi e pazienti, con un bagaglio formativo non verificato e magari inadeguato, che li porta a confondere i dosaggi dei farmaci o a fare valutazioni sbagliate. Un mix potenzialmente esplosivo che trasforma la “deroga” in una mina vagante.
L’Intesa Stato-Regioni in stand-by prima per l’altolà della Calabria impegnata ad assumere medici cubani e poi per lo stop della Lombardia che si è vista tra l’altro bocciare lo scorso settembre dal Tar la propria delibera che semplifica l’iter del riconoscimento dei titoli, prevede tra l’altro che gli Ordini gestiscano dei registri speciali proprio per tracciare le attività. «Solo per gli infermieri stimiamo 15mila presenze non certificate – spiega Barbara Mangiacavalli presidente della Federazione nazionale degli ordini degli infermieri (Fnopi) -. Come enti sussidiari dello Stato siamo disponibili a collaborare con le istituzioni per garantire qualità e appropriatezza: ci facciamo volentieri carico di riconoscere i titoli di queste persone, di inserirle in un percorso ordinario e di monitorarle dal punto di vista deontologico, della lingua e delle competenze». Insomma la parola d’ordine è ok agli arrivi di personale dall’estero purché con i crismi della regolarità: già oggi vengono dall’India, dall’Est Europa, da alcuni Paesi dell’Africa e dal Sud America. Molte realtà, come l’America Latina e l’India, hanno percorsi formativi simili ai nostri ma per esercitare in Italia in ogni caso va affrontato il problema della lingua e di standard etici di reclutamento. Come fa l’Irlanda, che ha il 50% di infermieri stranieri: prima gli fa studiare l’inglese, poi procede con la certificazione delle competenze e con l’inserimento in un sistema aziendale anche di welfare con tanto di ricongiungimenti familiari.
L’Italia si conferma all’insegna della regionalizzazione spinta: a esempio in Lombardia su proposta dell’assessore al Welfare Guido Bertolaso è avviata la collaborazione l’Uzbekistan sugli infermieri. Il progetto prevede percorsi di formazione clinica e teorica nell’Asst Fatebenefratelli-Sacco di Milano. I primi 10 infermieri già ci sono ma nei primi mesi del 2026 l’obiettivo è di farne arrivare 210, che starebbero già imparando l’italiano a Tashkent e a Samarcanda.
Nel complesso, dal 2020 con i Decreti Cura Italia e Ucraina sarebbero entrati da noi quasi 19mila infermieri e 9mila medici, per lo più reclutati nel privato: «Sono una risorsa strutturale per la nostra sanità e non vanno considerati di serie B – avvisa Foad Aodi, presidente Associazione medici origine straniera in Italia (Amsi), che tiene la contabilità di ingressi e uscite -. Chiediamo di valorizzarli con percorsi rapidi di riconoscimento titoli, formazione linguistica, aggiornamento e inclusione». Però «è arrivato il momento di chiudere tutte le norme che prevedono deroghe – avvisa infine Mangiacavalli -: l’Italia non può permettersi di affidarsi a professionisti con qualificazione dubbia e i nostri assistiti meritano il massimo».











