I dazi Usa non piegano il Gruyère: nel 2025 le vendite tengono, a dispetto delle previsioni, anche se registrano un calo di circa il 15% si tratta di un dato al di sotto delle aspettative.
«Alla fine lo smercio sarà inferiore all’anno prima, ma non così catastrofico come temevamo», afferma Olivier Isler, da pochi mesi direttore di Interprofession du Gruyère (Aop), in un’intervista a La Télé, la televisione regionale di Vaud e Friburgo.
Era stato lo stesso Isler – parlando lo scorso autunno con il Guardian – a paventare un calo dell’export verso gli Usa del 25%, con perdite fino a 15 milioni di franchi svizzeri (oltre 16 milioni di euro). «Il dazio ha un impatto enorme sui prezzi che i consumatori statunitensi dovranno pagare», aveva detto. «Poi c’è l’aggravante del tasso di cambio».
A salvare il formaggio a pasta dura apprezzato dai buongustai di tutto il mondo, l’eccellente performance sul mercato interno, che ha in gran parte compensato il crollo delle esportazioni verso gli Usa.
Il formaggio svizzero è un prodotto di culto definito «di rilevanza sistemica per l’export dai produttori elevetici»: circa il 40% di tutta la produzione – dal dolce al piccante, dall’Appenzeller al Tête de Moine – va all’estero: Germania, Italia, Stati Uniti, appunto.
Solo nel 2024 (il secondo miglior anno di esportazione di tutti i tempi), la Svizzera ha esportato 8.774 tonnellate di prodotto attraverso l’Atlantico, per un valore di 114 milioni di franchi. Il Gruyère Aop (32mila tonnellate prodotte l’anno, grazie al lavoro di 1600 consorziati tra Friburgo, Vaud, Neuchâtel, Giura e Berna), copre il 50% di questa quota di mercato a “stelle e strisce”, con 4.341 tonnellate vendute ai consumatori americani, che lo considerano un ingrediente top per farcire gli amati panini di alta qualità. Con esso anche la variante dell’Emmentaler Switzerland Swiss e l’Original Emmentaler Aop (400 tonnellate di export oltreoceano).
I dati diramati a ottobre relativi al primo semestre del Gruyère, segnavano già un calo dell’export verso gli Usa del 15%.
Alle barriere tariffarie imposte dal presidente americano Donald Trump, si è aggiunto poi il grave problema dell’eccesso di latte sul mercato elvetico (circa 126 mila tonnellate, secondo l’Interprofessione del latte), che ha indotto l’organizzazione ad annunciare una riduzione di prezzo di 4 centesimi sul segmento alta qualità. Scatterà il 1° febbraio prossimo e durerà undici mesi (è la prima volta che un prezzo del latte viene fissato per quasi un anno e non trimestralmente).
La prima risposta dell’associazione è stata ridurre la produzione del 5% per far fronte al calo della domanda e ideare nuove modalità di promozione del prodotto negli Stati Uniti, al fine di mitigare gli effetti dell’aumento dei prezzi. Una mossa vincente, secondo Isler. «I nostri stock, oggi, sono perfettamente sotto controllo», dice.










