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Home » Ddl stupri, cambia il testo: scompare la parola “consenso” e si differenziano le pene
Politica

Ddl stupri, cambia il testo: scompare la parola “consenso” e si differenziano le pene

Sala StampaDi Sala StampaGennaio 22, 20263 min di lettura
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Ddl stupri, cambia il testo: scompare la parola “consenso” e si differenziano le pene

Scompare la parola “consenso” dal testo e si differenziano le pene per gli atti sessuali compiuti “contro la volontà” della vittima e quelli in cui c’è anche violenza, minaccia o abuso di autorità: scendono a 4-10 anni di reclusione nel primo caso, restano nel range 6-12 anni nel secondo. Sono le principali modifiche al ddl stupri sulla base della richiesta avanzata al Senato dalla relatrice e presidente della commissione giustizia, Giulia Bongiorno (Lega) che rivendica: “La norma garantisce il massimo della tutela” delle vittime “in tutte le possibili situazioni, senza tuttavia pregiudicare le dinamiche probatorie tipiche del processo penale e il diritto di difesa dell’imputato”.  E’ invece un “arretramento gravissimo” rispetto alla proposta approvata all’unanimità dalla Camera secondo le opposizioni, che puntano il dito contro “la rottura di un patto politico” e la cancellazione di un “impegno assunto direttamente da Meloni”. 

Cambia la terminologia

Il riferimento è all’accordo raggiunto dalla premier e dalla segretaria del Pd Elly Schlein che diede i natali all’iniziativa legislativa bipartisan contro la violenza di genere. Se nel testo approvato a Montecitorio si parlava della necessità di un “consenso libero e attuale” per un rapporto sessuale (senza il quale scattava il reato di violenza) in quello riformulato la terminologia cambia. Il focus in questo caso è sulla “volontà contraria all’atto sessuale” che “deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso”. Il reato, in ogni caso, si configura anche quando l’atto è commesso “a sorpresa, ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso”.    

La relatrice difende la sua scelta: “Il testo arrivato dalla Camera rischiava di parificare tutte le situazioni e, gravando l’imputato di oneri di documentazione del preventivo e dettagliato consenso della vittima, qualcuno pensava introducesse una inversione dell’onere della prova”. L’auspicio di Bongiorno è ora di trovare “il consenso di tutte le forze politiche” per approvare “un altro importante tassello normativo nella lotta contro la violenza di genere e il femminicidio”.

Il Pd: “Un’offesa alle donne e anche alla premier”

Ma il centrosinistra alza un muro e attacca a testa bassa. “Un’offesa alle donne, alle vittime e un’offesa anche alla presidente del Consiglio – punta il dito il Pd -. Un comportamento spregiudicato che fa emergere tutte le contraddizioni interne alla maggioranza e le pressioni della Lega che non ha mai creduto alla proposta”. La riformulazione è irricevibile anche per Avs che sintetizza: “Dal consenso si passa al dissenso. Hanno vinto i veti della destra”. Per il M5s le modifiche costituiscono “un gigantesco passo indietro, Bongiorno ha tradito il patto politico e sono state tradite le donne”.

Nella maggioranza, FdI non si sbilancia e congela il giudizio. “Faremo un punto con il gruppo”, risponde il capogruppo in commissione Giustizia Gianni Berrino. Forza Italia concorda con l’impostazione generale e preannuncia al massimo qualche limatura con emendamenti ad hoc. 

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