Raggi gamma per migliorare sicurezza e conservazione del grano. L’esperimento, avviato all’insegna della sostenibilità, è stato portato avanti «e testato con successo» dai ricercatori dell’Enea «come tecnica sicura, efficace e sostenibile per garantire la sicurezza microbiologica, preservare le caratteristiche nutrizionali e prolungare la durata di conservazione del grano».
I test (i risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica open access Polysaccharides) sono stati portati avanti nella facility di irraggiamento Calliope del Dipartimento Nucleare presso il Centro Ricerche Enea Casaccia (Roma), su quattro tipologie di frumento italiano: una di grano duro e tre di grano tenero provenienti da agricoltura convenzionale, biologica e integrata.
«Dopo aver esposto il grano macinato a una dose di radiazioni gamma sufficiente a eliminare microrganismi patogeni, funghi e muffe – spiega Alessia Cemmi, responsabile del Laboratorio Facility Irraggiamento Gamma dell’Enea -, abbiamo comprovato che il trattamento non provoca alterazioni visibili nell’aspetto o nel colore dei campioni e, soprattutto, non compromette le proprietà chimico-fisiche né la struttura molecolare dell’amido presente nel grano».
Il trattamento con raggi gamma, generati dalla sorgente di Cobalto-60 della facility Calliope, «garantisce l’assenza di modifiche in grado di indurre radioattività nei prodotti alimentari e consente di prolungare la conservazione degli alimenti, ritardando i processi di maturazione e di deterioramento».
La metodologia utilizzata, come sottolineano i ricercatori (a partecipare assieme alla responsabile del laboratorio ci sono anche Rocco Carcione, Beatrice D’Orsi, Ilaria Di Sarcina, Emiliana Mansi e Jessica Scifo) consente di trattare grandi quantità di merce in un unico lotto senza generare scarti o rifiuti inquinanti e, a differenza dei metodi convenzionali, non richiede un elevato consumo energetico né comporta un aumento di temperatura.
Un primo passo che apre la strada anche ad altri utilizzi come l’estensione dell’applicazione a prodotti a base di polisaccaridi come il mais. «In questo contesto – aggiunge la responsabile del progetto – stiamo partecipando a un progetto finanziato da Coldiretti Toscana focalizzato sull’eradicazione di questo tipo di biodeterogeni mediante approcci più green e sostenibili rispetto ai metodi tradizionali che includono ad esempio l’uso di pesticidi». Questa tecnica, in Italia non è ancora molto diffusa, viene sostenuta da organizzazioni internazionali per garantire la sicurezza alimentare di oltre 50 categorie di alimenti, grazie alla sua efficacia nell’eliminare batteri, anche patogeni, come Escherichia coli, Salmonella e Listeria, nonché insetti infestanti e comunità fungine in carni, pesci freschi, spezie, prodotti deperibili e in alimenti congelati. A frenarne l’impiego, sono gli elevati costi e, come sottolinea la ricercatrice, il fatto che «ogni prodotto alimentare ha una dose limite applicabile che dipende dalla sua matrice».

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