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Notizia

Il valore del 2 giugno: un’Italia giovane che vuole la democrazia

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 2, 20263 min di lettura
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Il valore del 2 giugno: un’Italia giovane che vuole la democrazia

L’Italia uscita dalle urne del 2 giugno ha il volto sorridente di una ragazza che si è svegliata un mattino di tarda primavera e ha i riccioli scuri, tenuti da forcine, pettinati quasi alla buona. Non ha nulla a che vedere con la figura femminile che incarnava, ottantacinque anni prima, l’Italia monarchica: la matrona turrita e severa, fasciata da mantello adatto a far rivivere i miti antichi di Roma. Quella era una regina elegante ma seriosa, grave e ottocentesca. Questa, invece, ha un volto fresco, i lineamenti sinceri, senza gioielli e senza trucco, una che si poteva incontrare ovunque, per strada, in un negozio, in fabbrica, in un’aula di scuola elementare, tutt’altro che monumentale e retorica, una figura del popolo, insomma, che il cinema neorealista avrebbe immortalato nei tratti di una Anna Magnani, per esempio, o di una Gina Lollobrigida felici di entrare nella cabina elettorale o, nel migliore dei casi, di essere tra le Madri costituenti.

Sta qui la ragione per cui questa giovane donna non può non sorridere. Le hanno dato voce, è diventata parte attiva di una società che fino a quel momento l’aveva relegata ai margini, addirittura si candida a icona di un tempo che non solo avrebbe determinato l’avvicendamento dalla monarchia alla repubblica, ma consegnato al futuro l’immagine di una speranza condivisa, di un bene che doveva essere alla portata
di tutti.

Può sembrare un azzardo, ma il voto di ottant’anni fa, se non ha spalancato completamente le porte della società di massa, di sicuro è stato una penultima tappa, una specie di vigilia o di prova generale. Lo indicano i numeri che danno il senso di una partecipazione elettorale come mai prima di allora. Ma lo dichiara pure l’atteggiamento di rispondere all’appello, smettendo i panni di chi era rimasto fino ad allora fuori dai confini della civiltà, ai margini della Storia. Questa vale per le donne, ma anche per i poveri, gli analfabeti, quel proletariato che Pelizza da Volpedo aveva immortalato nel Quarto Stato, sul limitare del Novecento. L’Italia del 2 giugno diede una spallata a tutto ciò che apparteneva al passato, a cominciare dal pensiero liberale che era stato il grande motore dell’Unificazione risorgimentale e che poi aveva recitato un ruolo di primissimo piano negli equilibri politici a ridosso della Grande Guerra.

Certo il pensiero liberale sopravvisse all’urto della Costituzione, però la sua sfera d’influenza arretrò di fronte ai raggruppamenti di massa, la Democrazia Cristiana e il Fronte popolare. Anche sotto questo aspetto la stagione che cominciò nel 1946 rappresenta un unicum imparagonabile e basterebbe riascoltare le voci dei testimoni, osservare le fotografie, scorrere le prime pagine dei quotidiani per cogliere i segnali della novità che fu sotto gli occhi di un intero Paese, perfino dei più refrattari a convincersi, e che ci restituisce, nella sua pienezza, il significato più autentico del termine democratico.

Facciamo attenzione: democratico non popolare. Sembrano sovrapponibili, eppure non è così e lo avrebbe chiarito ben presto l’articolo 1 della Costituzione che definiva prima di tutto democratica la nostra Repubblica e poi si preoccupava di precisare che la sovranità apparteneva al popolo. La Storia siamo noi dichiara una canzone di Francesco De Gregori del 1985 e, nonostante a volte siamo tentati di asserire il contrario, la data del 2 giugno ci dimostra che quanto è accaduto nelle immediate vicinanze – il periodo della ricostruzione, il decennio del miracolo economico – porta la firma di quella ragazza sorridente.

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