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Salute

Dai batteri alle plastiche: la nostra salute dipende da quella degli oceani

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 9, 20264 min di lettura
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Dai batteri alle plastiche: la nostra salute dipende da quella degli oceani

Dai geni dell’antibiotico resistenza scovati ovunque sotto la superficie marina, anche al Polo Nord, fino al virus del Covid (il Sars-Cov-2) intercettato in pieno Oceano Atlantico. Dalle microplastiche concentrate anche nei mari più vicini a noi, come il Mediterraneo, alle vernici degli anni Cinquanta del secolo scorso di cui il “pianeta blu” non riesce a liberarsi. E poi gli inquinanti Pfas, presenti anche oltre le soglie previste per le acque potabili, e metalli come cadmio, piombo, uranio e vanadio riscontrati in tracce e in “ultra tracce” grazie alle metodiche più sofisticate.
Sono gli oceani, che coprono ben il 70% del nostro Pianeta, a presentarci con la loro “memoria” il conto dei danni che quasi sempre siamo noi stessi a determinare e che come un boomerang tornano, per ripercuotersi sulla nostra salute. Ma di certo sempre dagli oceani, nella loro veste di “farmacia blu”, possono arrivare soluzioni così come risposte da progettare contro fenomeni ad alto impatto. A cominciare dai cambiamenti climatici, che spostano masse enormi di popolazione colpendo al cuore ogni pretesa equità nell’accesso alle risorse e il diritto a un’esistenza dignitosa.

A mettere finalmente in chiaro il legame che in un’ottica “Planetary Health” esiste tra la qualità delle acque oceaniche e la salute, è il progetto tutto italiano “Sea Care”, ideato da Andrea Piccioli, direttore generale dell’Istituto superiore di sanità (Iss) che lo conduce insieme alla Marina Militare e a una rete di laboratori di eccellenza, grazie a una partnership nazionale e internazionale. Un’iniziativa che cammina o meglio naviga a bordo delle navi grigie della nostra Marina e di “star” come la Amerigo Vespucci. E che anche per questa logistica, caratterizzata da minimo impatto economico e massima resa scientifica, è innovativa: «Nei primi tre anni di attività tra il 2022 e il 2025 – spiega il Dg Piccioli – si sono imbarcati circa sessanta giovani ricercatori dell’Iss per turni in cui hanno condiviso la linea di bordo delle navi che li ospitavano, seguendo le rotte prestabilite. Grazie a un piccolo laboratorio mobile, gli oltre 4mila campioni già raccolti in più di 140 siti distribuiti in tutti i principali bacini dal Mediterraneo all’Artico fino all’Oceano Indiano sono stati analizzati secondo un rigoroso metodo scientifico, che consente di valutare la parte chimica e biologica delle acque». Quest’attività, mai realizzata prima, fornisce un quadro molto preciso degli Oceani e del legame con la nostra salute, tanto che il progetto è stato incardinato nella Water Agenda Onu 2030. «Un passaggio necessario nell’attuale era dell’Antropocene – osserva ancora Piccioli – in cui l’impatto umano sull’ambiente è più forte che mai e dove sarebbe opportuno parlare di un unico oceano da studiare, per l’interconnessione tra i sistemi favorita dalle correnti che trasportano tutto ovunque».

Il progetto Sea Care – prorogato fino al 2028 con la mission per questo triennio di studiare le profondità marine – è stato tra i protagonisti del primo “Ocean and Human Health International High Level Forum”, organizzato ieri dall’Istituto superiore di sanità a Roma con l’endorsement dell’Unesco che l’ha inserito tra le attività ufficiali della Giornata degli Oceani. L’obiettivo è quasi inedito: discutere degli effetti delle condizioni degli oceani, appunto, sulla salute umana e – in definitiva – prendersi cura dei mari per fare prevenzione mettendo in campo sinergie a livello nazionale e internazionale. Lo ha sottolineato il ministro della Salute Orazio Schillaci: «Se vogliamo tutelare la salute delle generazioni presenti e, soprattutto, di quelle future, se vogliamo costruire sistemi sanitari realmente resilienti, dobbiamo rafforzare la nostra capacità di leggere e governare le interconnessioni tra salute, ambiente e sviluppo sostenibile», ha rimarcato.

Dieci le azioni prioritarie emerse dalla giornata e che in un pianeta Terra sempre più diviso da guerre e competizione economica rilanciano il valore della collaborazione tra ricercatori d’eccellenza, dalla Cina agli Stati Uniti fino ai nostri Cnr e Istituto superiore di sanità. Cruciale, tra tutti, l’approccio “Dalla sorgente al mare” che impone una visione integrata dell’intero ciclo idrico, a partire dalla considerazione che ogni forma di inquinamento prodotta nell’entroterra viaggia superando comparti ambientali e frontiere e finisce per impattare sulla nostra salute tramite il cibo, l’acqua e l’aria. Come corollario, la richiesta degli scienziati è di includere la tutela della salute e del benessere umano nel Trattato sull’Alto Mare, entrato in vigore il 17 gennaio scorso con la sfida di sviluppare strategie di prevenzione che tutelino contemporaneamente ecosistemi marini e comunità globali.

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