Vi siete mai sentiti sopraffatti o stressati dall’uso intenso dello smartphone? Se la risposta è sì, allora probabilmente siete tra quella percentuale di italiani – il 38,1% secondo l’ultimo rapporto Censis – che almeno una volta ha sentito il bisogno di fare un digital detox, ovvero un’esperienza di disconnessione, di disintossicazione dai social, dalle notifiche, dalle centinaia di chat che quotidianamente riempiono (e invadono, a volte) la nostra giornata.
Vi interesserà allora sapere che qualche settimana fa in Val di Fassa, tra le Dolomiti del Trentino, si è svolto il primo digital detox retreat in un rifugio alpino: tre giorni senza il telefono tra le mani, immersi nella magnifica natura della valle, tra passeggiate nel silenzio dei boschi e momenti di formazione e condivisione. Ve lo posso raccontare nel dettaglio perché fra quei monti qualche settimana fa c’ero anche io, insieme ad altri giornalisti che per primi in Italia hanno avuto l’occasione di sperimentare cosa vuol dire zittire le notifiche e ascoltare l’energia della montagna.
Schermi spenti e forest bathing
Siamo stati ospiti al Rifugio Contrin gestito dalla giovane rifugista Francesca Debertol , a oltre 2000 metri di quota, in uno speciale retreat organizzato dall’Azienda per il Turismo della Val di Fassa e guidato da Alessio Carciofi, professore universitario, autore e speaker, tra i maggiori esperti di digital detox e corporate wellbeing in Italia. Per tre giorni siamo stati guidati tra momenti di riflessione e condivisione, pratiche di consapevolezza nell’incantevole scenario dei prati fioriti ai piedi della Marmolada. Abbiamo vissuto una cena in silenzio e poi il forest bathing, il bagno di foresta condotto dalla guida specializzata Katiuscia Rasom: non una semplice passeggiata, ma una lenta e progressiva immersione tra abeti, larici e pini cembri per meditare nella natura e sperimentare quanto il solo sguardo sul verde sia in grado di rilassare quasi all’istante le tensioni che solitamente accumuliamo. E scoprire così che il bosco non è solo un luogo, ma una presenza viva, capace di comunicare con chi sa ascoltare.
Stop agli automatismi e all’iperconnessione
Ma cosa vuol dire fare un digital detox? Significa «non soltanto rinunciare allo schermo per qualche giorno, quello è il gesto più visibile, quasi il più facile – spiega Alessio Carciofi – ma il lavoro vero comincia dopo, quando non hai più qualcosa da controllare a ogni interruzione e ti ritrovi davanti a una domanda molto semplice: so ancora stare dove sono?». L’esperto di digital wellbeing sottolinea che secondo alcune ricerche arriviamo a controllare il telefono più di duecento volte al giorno e «anche senza prendere quel numero alla lettera per tutti – dice – l’immagine è chiara: non entriamo nel telefono una volta sola. Ci torniamo continuamente, come se qualcosa potesse sempre mancarci». E così «viviamo dentro una connessione continua e spesso la scambiamo per vita e un retreat serve a interrompere questo automatismo. Non per fuggire dal mondo – continua Carciofi – ma per tornare ad abitarlo con meno rumore addosso».
Nessuna demonizzazione della tecnologia quindi, ma solo un’esperienza per «rimetterla al suo posto» e tornare ad ascoltare noi stessi. D’altronde, dice l’esperto «il benessere digitale è anche questo: rimettere porte alle giornate. Perché abbiamo tolto le porte quasi a tutto. Il lavoro entra nel letto, le chat entrano nella cena, le notizie entrano nel risveglio, le urgenze entrano nei momenti con chi amiamo. Tutto passa dappertutto. E quando tutto può entrare sempre, niente resta davvero protetto».










