Nel bicchiere il risultato è spesso molto riconoscibile. Le bollicine sono meno disciplinate rispetto a quelle di uno spumante classico; i profumi ricordano pane, lievito, agrumi, erbe aromatiche e frutta fresca. Il sorso è vivace, sapido e spesso accompagnato da una piacevole nota rustica.
Attenzione però: rustico non significa trascurato. Per qualche anno si è diffusa l’idea che bastasse un vino torbido per parlare di autenticità. Non è così. Un vino può essere artigianale e impeccabile, oppure artigianale e pieno di difetti. Le due cose non sono sinonimi.
Anche il servizio lascia spazio a interpretazioni personali. C’è chi versa lentamente lasciando il deposito sul fondo e chi preferisce rimettere in sospensione i lieviti con una leggera rotazione della bottiglia. Entrambe le scuole hanno i loro sostenitori e, fortunatamente, nessuna ha ancora dichiarato guerra all’altra.
A tavola questi vini danno spesso il meglio in abbinamento con salumi, fritti, pizze, focacce e cucina regionale. Hanno freschezza, energia e una naturale vocazione gastronomica che li rende compagni ideali della convivialità.
Il loro successo racconta anche qualcosa delle mode del vino. Nati come prodotti popolari e contadini, per anni guardati con sospetto dai custodi dell’ortodossia enologica, oggi sono presenti nelle carte dei vini più ricercate. In pratica sono passati da scelta per irriducibili appassionati a oggetto del desiderio degli stessi che dieci anni fa li avrebbero scambiati per una bottiglia venuta male.









