Una pallina scagliata per rabbia, un gesto istintivo dopo un punto perso, oppure una reazione fuori controllo. Nel tennis professionistico basta un attimo perché una partita finisca con una squalifica immediata. È quanto accade quando un giocatore colpisce uno spettatore, un giudice di linea, un raccattapalle o un altro membro dello staff. Ma cosa prevede esattamente il regolamento? E quali sono i precedenti che hanno segnato la storia del tennis?
La regola: non conta solo l’intenzione
I regolamenti ATP, WTA e dei tornei del Grande Slam prevedono che un giocatore possa essere dichiarato “defaulted”, cioè squalificato, per una singola violazione particolarmente grave del Codice di Condotta. Tra queste rientrano gli episodi di “ball abuse“, l’uso pericoloso o negligente della pallina al di fuori della normale azione di gioco. In linea generale, il giudice arbitro può decidere il default immediato quando una pallina viene colpita con rabbia, in modo pericoloso o irresponsabile, e raggiunge una persona presente sul campo o nelle sue immediate vicinanze. Non è necessario dimostrare la volontà di colpire qualcuno: anche un gesto involontario può portare alla squalifica se le conseguenze sono considerate sufficientemente serie. Diversa è la procedura per le normali violazioni disciplinari, che seguono una scala progressiva: prima un warning, poi la penalizzazione di un punto, quindi di un game. Tuttavia il regolamento consente di bypassare questa sequenza e procedere direttamente al default in caso di episodio particolarmente grave.
L’esempio più noto resta quello di Novak Djokovic allo US Open 2020. Negli ottavi di finale contro Pablo Carreno Busta, il serbo colpì una pallina verso il fondo del campo dopo aver perso il servizio. La pallina raggiunse una giudice di linea alla gola, provocandone l’immediato malore. Dopo alcuni minuti di consultazione, il referee decretò la squalifica del numero uno del mondo. Djokovic spiegò di non aver avuto alcuna intenzione di colpire l’ufficiale di gara, ma il regolamento non prese in considerazione soltanto l’intenzionalità del gesto. Furono ritenute decisive la pericolosità dell’azione e le conseguenze provocate.
Shapovalov e il giudice colpito al volto
Un altro precedente celebre risale alla Coppa Davis 2017. Il canadese Denis Shapovalov, allora diciassettenne, perse il controllo durante la sfida contro il britannico Kyle Edmund e colpì una pallina che raggiunse in pieno volto il giudice di sedia Arnaud Gabas. L’arbitro riportò un trauma all’occhio e il canadese venne immediatamente squalificato. Lo stesso Shapovalov ammise subito le proprie responsabilità, definendo il suo comportamento “inaccettabile”.
Nalbandian e il calcio al tabellone
Non sempre la squalifica arriva per una pallina. Nel torneo del Queen’s del 2012 l’argentino David Nalbandian colpì con un calcio un pannello pubblicitario a bordo campo. Una scheggia ferì un giudice di linea alla gamba e il match venne immediatamente interrotto con la squalifica dell’ex numero tre del mondo. L’episodio divenne uno dei casi più discussi degli ultimi vent’anni e contribuì a rafforzare l’applicazione rigorosa delle norme disciplinari.
Henman, il raccattapalle e Wimbledon
Tra i casi storici figura anche quello di Tim Henman, squalificato a Wimbledon nel 1995 durante il torneo di doppio. Il britannico colpì accidentalmente una raccattapalle con una pallina e lui e il compagno Jeremy Bates furono estromessi dalla competizione.
La filosofia del regolamento
L’obiettivo delle norme è tutelare l’incolumità di tutte le persone presenti sul terreno di gioco. Per questo motivo gli arbitri valutano non solo l’intenzione del giocatore, ma soprattutto il rischio creato dal gesto e le sue conseguenze. Un colpo di frustrazione che termina tra gli spalti o contro i teloni può tradursi in una semplice violazione disciplinare; se invece raggiunge uno spettatore, un ufficiale di gara o un membro dello staff, la squalifica diventa una possibilità concreta e, in molti casi, inevitabile. Nel tennis moderno la tolleranza per questi episodi è minima.








