Non sottovalutate i segnali d’allarme dell’esofago che soffre. E parlatene con il medico. Se il cibo si blocca, se deglutire diventa un’impresa, se sentite spesso dolore o bruciore al torace, non pensate solamente al reflusso, allo stress o alla digestione lenta. A volte dietro i fasti ci può essere anche una patologia che troppo spesso viene riconosciuta in ritardo, con conseguente possibile evoluzione verso forme più complesse, con restringimenti dell’esofago e maggiore difficoltà di trattamento. Insomma: fate attenzione all’esofagite eosinofila, patologia in aumento, che spesso si associa ad asma, rinite allergica, dermatite atopica o allergie alimentari. Purtroppo, a fronte di questi inviti, ancora molti pazienti si adattano a convivere con i disturbi. Così la malattia può restare sottotraccia per anni. Secondo una survey recentemente condotta dagli esperti dell’Associazione allergologi immunologi italiani territoriali e ospedalieri (Aiito) il ritardo diagnosi rappresenta un problema. Nella casistica raccolta ci sono presenti pazienti arrivati alla diagnosi anche dopo oltre 10 anni di sintomi. Arrivare tardi alla diagnosi non significa soltanto convivere più a lungo con i sintomi. L’infiammazione cronica non controllata può favorire nel tempo un’evoluzione della malattia, con restringimenti dell’esofago e complicanze funzionali che rendono più complessa la gestione clinica. In altre parole, la diagnosi precoce non serve solo a dare un nome al disturbo: può cambiare la storia naturale della malattia.
Sfida alla disfagia
Nei pazienti con esofagite eosinofila, l’infiammazione dell’esofago può causare disfagia, impatto del bolo alimentare e restringimento del viscere, con il rischio che il cibo transiti lentamente o rimanga bloccato in modo tale da rendere i pasti quotidiani difficili e fonte di stress. Quasi la metà dei pazienti, compresi gli adolescenti, non raggiunge un adeguato controllo della malattia con l’attuale standard terapeutico, finalizzato al controllo dei sintomi, che comprende restrizioni dietetiche, corticosteroidi topici deglutiti e inibitori della pompa protonica. Di fronte a questa patologia complessa, che va quindi oltre la semplice infiammazione locale e coinvolge la risposta immunologica dell’organismo, dalla ricerca giungono novità in termini di cure. Lo dimostrano i risultati dello studio Crossing, presentati alla United European Gastroenterology Week 2026 tenutasi a Barcellona.
Il trattamento con tezepelumab, somministrato per via sottocutanea ogni quattro settimane, ha consentito di raggiungere la remissione istologica alla 24esima settimana nel 64,8% dei pazienti trattati con la dose da 210 milligrammi e nel 68,9% di quelli trattati con la dose da 420 milligrammi, rispetto al 3,5% dei pazienti nel gruppo placebo. Il farmaco, ha inoltre ridotto, rispetto al basale, la frequenza e la severità dei sintomi della disfagia di 18,8 punti con la dose più bassa e di 22 punti con quella più alta, rispetto a una riduzione di 14,7 punti con placebo. A dirlo sono i risultati del Dysphagia Symptom Questionnaire (DSQ), un questionario di esiti riferito dal paziente. Questi risultati sono stati mantenuti fino alla settimana 52 di trattamento, con il raggiungimento della remissione istologica nel 67,8% (dose da 210 milligrammi) e il 63,3% (dose da 420 milligrammi) dei pazienti trattati con tezepelumab, rispetto al 5,4% di quelli che hanno ricevuto placebo, con miglioramento continuo anche dei sintomi. Il tutto, con impatto positivo anche sulle valutazioni all’endoscopia dell’esofago grazie al trattamento.
Cosa potrebbe cambiare
Edoardo Vincenzo Savarino, Professore Associato di Gastroenterologia e Responsabile degli Ambulatori per la Cura e il Trattamento delle Malattie Immuno-Mediate, comprese le Malattie Eosinofile del tratto gastrointestinale, presso l’Azienda Ospedale Università di Padova, commenta così quanto emerge: «L’esofagite eosinofila è una malattia infiammatoria cronica e progressiva dell’esofago che può compromettere in modo significativo la vita quotidiana delle persone che ne sono affette. Nella sua gestione, il controllo dei sintomi rappresenta un obiettivo fondamentale, ma è importante guardare alla malattia in una prospettiva più ampia, che tenga conto delle sue diverse componenti. In questo senso, i risultati dello studio Crossing sono particolarmente rilevanti perché mostrano come tezepelumab, attraverso l’inibizione della TSLP, una citochina epiteliale chiave all’origine della cascata infiammatoria, abbia dimostrato risultati significativi sugli outcome nelle diverse dimensioni della malattia, da quella sintomatica a quella istologica ed endoscopica». Questo è particolarmente importante poiché, il miglioramento dei sintomi non sempre riflette pienamente il controllo dell’attività infiammatoria e quindi il blocco della progressione della malattia verso la fibrosi e la stenosi dell’esofago. «Una valutazione che integri dimensione sintomatica, istologica ed endoscopica può quindi contribuire a una gestione più completa della malattia e delle sue possibili conseguenze nel tempo. I risultati dello studio Crossing rappresentano un passo importante nell’evoluzione delle evidenze disponibili nella patologia e offrono la prospettiva di un nuovo approccio terapeutico mostrando il potenziale di tezepelumab di agire sulle diverse manifestazioni della malattia».












