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Salute

Dal rifiuto all’ossessione: così il nostro cervello impara ad amare caffè, zuccheri e grassi

Sala StampaDi Sala StampaNovembre 5, 20265 min di lettura
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Dal rifiuto all’ossessione: così il nostro cervello impara ad amare caffè, zuccheri e grassi

Il primo sorso di caffè nella vita di una persona è raramente un colpo di fulmine. Dal punto di vista evolutivo, il sapore amaro rappresenta un campanello d’allarme ancestrale legato alla presenza di tossine, un segnale che ci spinge istintivamente a sputare. Eppure, una vastissima fetta della popolazione mondiale finisce per sviluppare una dipendenza quotidiana da quell’amarezza, così come si innamora del cioccolato fondente o di combinazioni dense di grassi e zuccheri. La spiegazione di questo radicale cambio di preferenze non risiede nelle papille gustative, bensì in una linea di comunicazione finora poco esplorata tra l’apparato digerente e il cervello. A chiarire le dinamiche di questa metamorfosi è uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della California San Francisco (UCSF), pubblicato sulla rivista Nature.

La dopamina “a rilascio lento”: il segnale che arriva dal profondo

Fino ad oggi la neurobiologia della ricompensa ha privilegiato lo studio dei riflessi istantanei della dopamina, quegli stimoli scatenati in frazioni di secondo da fattori esterni come la vista o il profumo di una pietanza invitante. Ora però il team di ricercatori, guidato da Zachary Knight, docente di fisiologia alla UCSF, ha identificato un secondo circuito, molto più graduale e silenzioso, regolato da ciò che avviene all’interno dell’organismo. “Abbiamo dimostrato che questo sistema dopaminergico lento è ciò che ci spinge a imparare ad amare determinati cibi nel corso del tempo, e ora possiamo vedere dove e come questo accade”, chiarisce Knight. Il ricercatore sottolinea come la consapevolezza quotidiana di questo processo sia minima, eppure decisiva. “Una volta che il cervello impara ad associare l’aroma della miscela preferita con la sferzata di energia della caffeina, quel caffè inizia improvvisamente ad avere un sapore molto migliore”, sottolinea lo scienziato. La dinamica si innesca quando i sensori chimici dell’apparato gastrointestinale intercettano nutrienti come zuccheri e lipidi. Il segnale dopaminergico non esplode subito, ma si accumula man mano che il bolo raggiunge l’intestino e rimane attivo per diversi minuti. È proprio questa persistenza a permettere al sistema nervoso di collegare la memoria gustativa della lingua con il valore calorico assimilato poco dopo.

L’esperimento: aggirare il palato per interrogare lo stomaco

Per isolare il fenomeno ed escludere del tutto il ruolo iniziale del gusto, i ricercatori hanno somministrato nutrienti sotto forma di soluzioni zuccherine o dense miscele paragonabili a un frappé direttamente nello stomaco di topi da laboratorio, bypassando la cavità orale e monitorando l’attività neurale. L’infusione ha acceso una risposta robusta e prolungata nell’amigdala basolaterale anteriore, una regione cerebrale nota come BLA. Sebbene si sapesse già che quest’area rilasciasse dopamina, la sua effettiva mansione fisiologica è rimasta ignota. “Potevamo finalmente vedere che questa dopamina fa parte di un sistema del tutto distinto e iniziare a comprenderne il ruolo”, commenta Knight. I ricercatori hanno poi manipolato il circuito per verificarne il nesso causale con l’apprendimento. Bloccando artificialmente la via nella BLA, gli animali continuavano a nutrirsi normalmente ma perdevano la facoltà di capire che un sapore inedito anticipava l’arrivo di calorie. Invertendo il paradigma, gli scienziati hanno stimolato artificialmente le fibre dopaminergiche subito dopo aver fatto assaggiare ai topi una sostanza aromatizzata priva di calorie. L’effetto è stato immediato: gli animali hanno imparato ad amare quel sapore fittizio, ingannati dalla stimolazione che ha simulato la presenza di nutrienti reali.

Il parallelo umano e l’enigma dell’emisfero sinistro

La dinamica non riguarda solo i roditori. Collaborando con Knight, la psicologa di Yale Dana Small ha riesaminato i dati di una precedente indagine PET su tredici volontari maschi a cui erano state somministrate bevande caloriche o dietetiche, riscontrando che la secrezione di dopamina si concentrava specificamente nella porzione sinistra dell’amigdala non appena le calorie raggiungevano l’intestino. Risultati analoghi sono emersi dagli esami di risonanza magnetica funzionale su 38 adulti dopo l’assunzione di glucosio. In entrambi i modelli, umano e animale, è emersa una bizzarra asimmetria: il lato sinistro della BLA reagisce con un’intensità marcatamente superiore rispetto a quello destro. Si tratta di un’anomalia inattesa per funzioni biologiche basilari come la nutrizione, solitamente controllate da reti neurali speculari nei due emisferi, ed è proprio su questo sbilanciamento che il laboratorio di San Francisco sta ora concentrando le indagini.

Riprogrammare il desiderio: l’orizzonte terapeutico

Tracciare questa rotta apre prospettive inedite per contrastare l’obesità e le dipendenze alimentari. Al centro del dibattito compaiono anche i farmaci mimetici del recettore GLP-1, diventati celebri per l’efficacia nel frenare l’appetito. Pur non essendo stati oggetto diretto di questo studio, Knight ipotizza che questi principi attivi possano intervenire attenuando la dopamina lenta attivata dall’intestino, rendendo il cibo progressivamente meno gratificante. La vera rivoluzione clinica potrebbe risiedere nella capacità di agire alla radice del condizionamento alimentare. “Comprendendo i passaggi che collegano la rilevazione dei nutrienti nell’intestino all’apprendimento nel cervello, potrebbe diventare possibile calibrare questi meccanismi per modificare in modo sottile le nostre preferenze verso cibi diversi”, conclude Knight. Non si tratterebbe più solo di spegnere la sensazione di fame, ma di riscrivere ciò che il palato trova irresistibile.

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