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Home » Alzheimer: così la musica mantiene il cervello giovane anche nella terza età
Salute

Alzheimer: così la musica mantiene il cervello giovane anche nella terza età

Sala StampaDi Sala StampaGiugno 22, 20265 min di lettura
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Alzheimer: così la musica mantiene il cervello giovane anche nella terza età

Chitarra, violino, pianoforte. O quello che preferite, passando anche per le percussioni. Se volete mantenere giovane il cervello, iniziate a suonare uno strumento musicale. Anche se non siete propriamente ragazzini e magari avete passato la soglia dei 70 anni, puntate su questa semplice (e piacevole) misura preventiva che si dipana attraverso l’esercizio con le sette note. A consigliarlo è uno studio quadriennale condotto in Giappone che rivela come chi continua ad esercitarsi sul pentagramma mostri mediamente migliori prestazioni mnemoniche e addirittura abbia un meno importante processo di atrofia cerebrale rispetto a chi invece smette di allenarsi nella terza età. In particolare, stando allo studio, i maggiori benefici si hanno nelle regioni legate appunto alla memoria e all’apprendimento. Ad offrire questa “soluzione” per invecchiare in salute è un’originale ricerca condotta da esperti dell’Università di Kyoto, coordinati da Kaoru Sekiyama, apparsa su Imaging Neuroscience.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Le aree sotto esame

In genere, con l’avanzare degli anni ci sono due aree cerebrali che tendono a ridursi e a perdere colpi sotto il profilo dell’attività: sono il putamen (fondamentale non solo per il movimento ma anche nei processi di apprendimento) e il cervelletto. Le neuroscienze hanno mostrato però anche un’altra peculiarità di queste zone del sistema nervoso: sono particolarmente sensibili all’apprendimento di uno strumento musicale. Da questa osservazione, l’ipotesi di lavoro degli studiosi che hanno voluto valutare cosa accade quando le persone iniziano a suonare uno strumento musicale in età avanzata. Lo studio ha preso in esame i partecipanti ad un precedente progetto che ha mostrato come gli anziani che si erano esercitati per la prima volta con uno strumento musicale per soli quattro mesi mostravano miglioramenti nelle prestazioni mnemoniche e nella funzione del putamen. Si è voluto però capire se e come questi benefici potessero mantenersi a lungo termine. Nel nuovo studio, dopo un periodo di formazione iniziale di quattro mesi (età media 73 anni), circa la metà ha continuato a suonare il proprio strumento per più di tre anni, mentre gli altri hanno smesso e si sono dedicati ad altri hobby. Quattro anni dopo la prima valutazione si è studiato con risonanze magnetiche (focalizzate in particolare sul putamen e sul cervelletto) e test cognitivi gli effetti del trattamento.

Non è mai troppo tardi

La musica protegge. Anche se si inizia a suonare tardi. Chi ha abbandonato lo strumento ha mostrato un declino nella memoria di lavoro verbale e una riduzione del volume della materia grigia nel putamen destro, rispetto a chi invece ha continuato a suonare. Non solo: si è anche riscontrati una maggiore attività in aree più ampie di entrambi i cervelletti nei partecipanti che hanno continuato a suonare rispetto a coloro che hanno smesso. “Siamo rimasti sorpresi di scoprire che gli effetti sul cervello delle persone anziane che iniziano e continuano a suonare uno strumento si concentrano anche in queste due aree cerebrali e che questo rappresenta un modo efficace per prevenire il declino cognitivo legato all’età – è il commento di Sekiyama in una nota dell’ateneo nipponico –“. Secondo l’esperto la ricerca, oltre a segnalare quanto e come la musica possa aiutare le funzioni cerebrali anche nella terza età, suonare uno strumento potrebbe rivelarsi una sorta di “surrogato” per chi presenta deficit che non consentono una regola attività fisica. In presenza di questi o altri problemi legati a dolori cronici, quindi, affidarsi al pentagramma potrebbe comunque contrastare l’invecchiamento cerebrale.

Il benessere legato alla musica

Per chi non intende applicarsi allo studio della musica, peraltro, un aiuto importante in chiave preventiva potrebbe venire anche dal semplice ascolto di melodie varie e dal canto. Lo dice una ricerca di qualche tempo fa condotta da esperti dell’Università di Helsinki e pubblicata sul “Journal of Alzheimer’s Disease”. Lo studio ha preso in esame 89 coppie di pazienti con demenza media o moderata e chi li assisteva, dimostrando che mentre nelle forme iniziali della patologia il canto può rivelarsi un valido supporto terapeutico, quando la demenza avanza ascoltare musica è sicuramente indicato, pur se il soggetto non partecipa direttamente. Il tutto, va detto, senza che esistano preferenze specifiche in termini di stili musicali: non conterebbe, insomma, ciò che si ascoltava prima dell’insorgenza della patologia che “annebbia” i ricordi. In sintesi: l’ascolto della musica può migliorare lo stato cognitivo globale nei pazienti con demenza moderata (quindi più grave) e in quelli istituzionalizzati, e non-Alzheimer. Ma soprattutto la ricerca conferma che l’attività di svago (fra cui l’ascolto della musica) è un fattore di protezione per la malattia di Alzheimer. Peraltro gli stessi studiosi finlandesi, in una ricerca apparsa su Gerontologist, avevano già dimostrato che la musica, sia cantata che ascoltata, può migliorare le funzioni cognitive (memoria a breve termine e di rievocazione, attenzione, orientamento) e l’umore. Quindi puntiamo sulle arie che più ci piacciono per mantenere in forma la memoria. Con un’ultima “chicca” che può aiutarci: in alcuni grandi musicisti il giro angolare dell’emisfero destro (una particolare zona del sistema nervoso) risulta ipersviluppato rispetto al resto della popolazione. Il motivo? Lo stimolo musicale ripetuto e lo scorrere delle note hanno determinato una sorta di “allenamento” per i neuroni, che quindi si sono specializzati, fino a rendere più semplice il ricordo di un’armonia.

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