Dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2026 in Cassazione, è il turno delle ventisei Corti d’Appello. In un clima teso, a meno di due mesi dal referendum sulla separazione delle carriere, sono state ascoltate le relazioni dei presidenti per i singoli distretti, che hanno lanciato campanelli di allarme sulla riforma e sulla posizione delle toghe.
Nordio a Milano
Una riforma che Nordio, presente a Milano, ha difeso (così come aveva fatto durante il discorso in Cassazione davanti al capo di Stato Sergio Mattarella) dicendo che «non avrà e non deve avere effetti politici». Questa legge – ha aggiunto – non è fatta né contro nessuno né a favore di nessuno. Non è per punire la magistratura e non è per rafforzare il governo che non ha bisogno di essere rafforzato».
Da Palermo: «Nome di Falcone strumentalizzato»
Il tema della riforma è stato toccato dai presidenti delle Corti d’Appello. Alcuni hanno parlato dello stato attuale delle toghe, altri si sono esposti più esplicitamente. A Palermo, ad esempio, il presidente del distretto Matteo Frasca ha detto che «si utilizza strumentalmente il nome di Giovanni Falcone, che aveva posto il tema della separazione tra quelli di rilievo nel quadro della diversa professionalità richiesta alla magistratura requirente dal nuovo codice di procedura penale, ancorché, contrariamente a quanto attribuitogli con disinvoltura dai sostenitori della riforma egli non ne fosse stato apodittico sostenitore, ma l’avesse posta all’attenzione degli addetti ai lavori come argomento sul quale confrontarsi, analogamente a quello altrettanto spinoso dell’obbligatorietà dell’azione penale».
«Inaccettabile dire che i giudici siano appiattiti sulle richieste dei pm»
A Milano e Roma ci si è soffermati sulla posizione delle toghe. Davanti al Guardasigilli, il presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Ondei ha detto che «non è accettabile» sostenere che «i giudici non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del ’collega’ pubblico ministero». Se tale affermazione «fosse vera, vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto. Ma essa significativamente non risulta rilevata da alcun organismo internazionale».
Da Roma l’allarme sulla «vulnerabilità delle toghe»
«Il ruolo delle corti e dei giudici – ha detto invece il presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò – è più che mai centrale e determinante, e tuttavia mai come oggi le corti appaiono fragili e vulnerabili, esposte alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale.











