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Home » Anziani cardiopatici, così la ricerca made in Italy predice l’alto rischio di mortalità in chirurgia dell’aorta
Salute

Anziani cardiopatici, così la ricerca made in Italy predice l’alto rischio di mortalità in chirurgia dell’aorta

Sala StampaDi Sala StampaAprile 27, 20263 min di lettura
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Anziani cardiopatici, così la ricerca made in Italy  predice l’alto rischio di mortalità in chirurgia dell’aorta

La stenosi aortica interessa in Italia 280mila persone, impedendo alla valvola aortica di aprirsi correttamente e quindi ostacolando il flusso di sangue dal cuore al resto dell’organismo. E ogni anno sono oltre 12mila gli interventi microinvasivi di sostituzione della valvola eseguiti nel nostro Paese, ma il 15% dei pazienti non sopravvive a un anno dall’operazione. Fino a oggi le decisioni terapeutiche di procedere con l’intervento erano guidate da due criteri schematici come età anagrafica e numero di patologie presenti; i due studi italiani appena pubblicati su JACC Cardiovascular Interventions e sull’European Journal of Preventive Cardiology mostrano, invece, che piena autonomia, buona nutrizione e performance fisica, sono cruciali per misurare il rischio dei pazienti. In sintesi, l’obiettivo di queste ricerche è evitare interventi cardiovascolari costosi e rischiosi quando non porteranno beneficio reale e, al contrario, offrire cure più mirate agli anziani che possono trarne vantaggio. I due studi italiani multicentrici hanno coinvolto cardiologi e geriatri di sette grandi ospedali di Firenze, Padova, Ferrara, Bologna, Torino, Roma e Napoli.

Parametri da aggiornare

«Attualmente, la valutazione clinica che precede l’intervento di “Tavr” (Transcatheter Aortic Valve Replacement) si basa su una scala di punteggio sviluppata decenni fa per la chirurgia cardiaca tradizionale su popolazioni più giovani e meno fragili, che calcola la probabilità di morte entro 30 giorni dall’intervento – spiega Niccolò Marchionni, Professore Emerito di Medicina Interna presso l’Università di Firenze e co-autore degli studi -. Sono sempre più le evidenze che suggeriscono come la fragilità e la compromissione funzionale globale svolgano un ruolo cruciale nel determinare gli esiti clinici, rendendo indispensabile la loro integrazione nella valutazione del rischio».

Per questo i ricercatori, come riportato su JACC Cardiovascular Interventions, hanno sottoposto 562 pazienti con indicazione di Tavr ed età media di 83 anni, a una valutazione geriatrica multidimensionale per quantificare fragilità, autonomia nelle attività quotidiane di base, stato nutrizionale, funzione cognitiva, presenza di più patologie e disabilità, per ottenere un quadro completo e clinicamente rilevante per la valutazione del rischio di peggioramento e mortalità a un anno.

 

Quattro criteri

«Questo strumento è in grado di identificare, con una altissima precisione (97%), il 15% di pazienti che, dopo l’intervento, non sopravvivono almeno un anno o diventano disabili nello stesso periodo – afferma Marchionni -. In particolare, dall’analisi sono emersi quattro fattori predittivi di esito sfavorevole: il punteggio nutrizionale, il numero di attività quotidiane preservate, la funzionalità renale e la pressione arteriosa polmonare sistolica misurata con l’ecocardiogramma. Combinando questi quattro parametri, abbiamo derivato un punteggio numerico calcolabile in pochi minuti con dati già disponibili nella valutazione pre-intervento di routine».

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