Le Case di comunità si attrezzano per assicurare esami del sangue, ecografie, spirometrie e tanti altri esami diagnostici, una svolta per i cittadini che avrebbero servizi più vicini e accessibili e anche per gli ospedali che si vedrebbero così in un colpo solo sfoltire i tanti accessi spesso non urgenti ai pronto soccorso grazie alle nuove strutture su cui il Pnrr investe ben 2 miliardi. Oggi Consip annuncerà infatti l’aggiudicazione di una maxi gara di 11 lotti dal valore di 300 milioni che consente di consegnare nel giro di poche settimane oltre 28.600 apparecchiature – dagli ecografi agli spirometri fino a elettrocardiografi e dermatoscopi – a 1430 Case di comunità che potrebbero così garantire oltre 15 milioni di prestazioni all’anno in cardiologia, oculistica, pneumologia e dermatologia e almeno 10 milioni di prelievi annui per esami della coagulazione, ematologia, chimica clinica e immunochimica. Insomma un impatto significativo per l’assistenza medica territoriale, da sempre anello debole del nostro Servizio sanitario nazionale.
Peccato che il rischio che buona parte di queste attrezzature restino inutilizzate a lungo è praticamente certo, almeno scorrendo gli ultimi dati ufficiali pubblicati qualche settimana fa da Agenas, l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, che monitora lo stato di attuazione del Pnrr anche per quanto riguarda la nuova Sanità territoriale: al 30 giugno scorso risultavano operative con almeno un servizio attivo soltanto 660 Case di comunità con quattro Regioni – Abruzzo, Basilicata, Campania e Bolzano – che secondo l’ultimo monitoraggio che fotografa la situazione contavano ancora zero strutture aperte. E con diverse altre Regioni che fanno poco meglio e cioè Calabria (2 Case di comunità attive su 63 previste complessivamente), Molise (2 su 13), Puglia (1 su 123), Sardegna (27 su 80) e Sicilia (9 su 161). Insomma se le strutture che devono accogliere le nuove apparecchiature sono in buona parte chiuse perché sono ancora dei veri e proprio cantieri a cielo aperto è davvero difficile immaginare che le Asl a cui appartengano possano procedere agli ordini presso la piattaforma di Consip che garantisce le consegne entro 30 giorni, con i primi lotti già disponibili, mentre gli altri lo saranno entro la fine dell’anno.
Le attrezzature come detto sono fondamentali per sviluppare servizi ambulatoriali per patologie molto diffuse in cardiologia, oculistica, pneumologia e diabetologia con oltre 28.600dispositivi medici di ultima generazione, tra cui dermatoscopi, elettrocardiografi, ecografi, monitor defibrillatori, spirometri, OCT e retinoscopi. E qui viene il secondo problema: perché per far girare tutti questi servizi serve anche il personale, da quello infermieristico a quello medico per poter fare gli esami e redigere le diagnosi. Solo che dallo stesso report dell’Agenas sul monitoraggio delle Case di comunità emerge che al 30 giugno 2025 solo 46 strutture avevano attivato tutti i servizi previsti e cioè dai prelievi alle vaccinazioni, dalle cure domiciliari alle prenotazioni delle prestazioni fino all’integrazione con i servizi sociali, ma soprattutto visite anche in telemedicina e i primi esami diagnostici. La legge che ne disegna l’identikit (Dm 77/2022) prevede infatti una presenza medica di 24 ore al giorno per 7 giorni alla settimana nelle Case di comunità “hub” e di almeno 12 ore al giorno per 6 giorni a settimana nelle Case di comunità “spoke”. Orari questi al momento difficilmente rispettati anche nelle strutture già aperte visto che solo in 172 sono rispettati.
Da qui il forte dubbio che le nuove apparecchiature diagnostiche possano essere impiegate a regime anche nelle Case di comunità che risultano già attive. Un fronte questo su cui pesa la mancata riforma dei medici di famiglia – si ipotizzava un vincolo orario per loro (almeno 16 ore a settimana) da trascorrere nelle Case di comunità – che ormai sembra finita su di un binario morto. Mentre si ragiona sull’impiego più massiccio dei medici specialisti ambulatoriali. Ma il tempo stringe.











