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Home » Chimica, gli Ets sottrarranno 1,5 miliardi agli investimenti
Economia

Chimica, gli Ets sottrarranno 1,5 miliardi agli investimenti

Sala StampaDi Sala StampaLuglio 14, 20266 min di lettura
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Chimica, gli Ets sottrarranno 1,5 miliardi agli investimenti

A breve per le imprese chimiche l’Ets (Emissions trading system) avrà un costo di 1,5 miliardi di euro all’anno, dai 600 attuali, tutte risorse che verranno sottratte agli investimenti. A meno di un’evoluzione favorevole della revisione del sistema in discussione alla Ue (la proposta di riforma è in agenda per la fine della settimana), la realtà resta questa. E il presidente di Federchimica, Francesco Buzzella, ieri, a margine dell’assemblea privata, ha evidenziato che «non è la concorrenza il problema, ma la concorrenza tra sistemi che giocano con regole diverse. Rispetto ai nostri competitor soffriamo di asimmetria regolatoria, energetica, fiscale e negli aiuti di stato, tecnologica, commerciale».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il cahier de doléances delle imprese chimiche è lungo, ma i capitoli più critici si intitolano Ets (emission trading system), costo energia e burocrazia. In un settore come la chimica che combina un’elevata intensità energetica con una forte dipendenza dal gas naturale anche come materia prima, «le politiche energetiche non possono più essere lette come una componente della transizione sostenibile, ma come la strategia per ridisegnare l’intera base industriale. Il primo pilastro da rivedere è l’Ets che impone un costo crescente per le imprese chimiche italiane – spiega il presidente di Federchimica -. Oggi in Italia l’Ets solo per la chimica costa 600 milioni di euro che è pari all’intera spesa in ricerca e sviluppo della chimica. La previsione è però che il costo, tra qualche anno, salga fino a 1,5 miliardi di euro. Sono risorse che vengono sottratte agli investimenti. Il Cbam poi è l’altra faccia della medaglia dell’Ets: attualmente riguarda soprattutto materie prime, prodotti di base e alcuni semilavorati ad alta intensità di carbonio, mentre non si applica ancora in modo generalizzato ai prodotti finiti. Si tratta inoltre di un meccanismo complesso, ancora in fase di assestamento, la cui efficacia non è stata ancora verificata concretamente prima di procedere con il phase out accelerato delle quote gratuite. Così penalizziamo 2 volte le aziende e le incoraggiamo ad andare a produrre altrove. Il secondo pilastro è la politica energetica di sicurezza e diversificazione. Il terzo pilastro è la politica industriale di decarbonizzazione».

Dopo che negli ultimi 4 anni, dal 2022 al 2025, secondo lo studio per il Cefic (l’associazione europea delle imprese chimiche) di Roland Berger la chiusura di impianti ha ridotto del 9% la produzione europea, c’è stato anche un calo del 90% degli investimenti nella chimica. Non ci sono solo le chiusure, c’è anche un calo della propensione ad investire in Europa.Non è un caso che dall’instant survey tra 100 aziende associate è emerso che il 27%, quasi un terzo delle imprese, ridurranno gli investimenti (il 7% in modo significativo, il 20% moderato), per il 31% non ci sarà variazione, mentre il restante 23% li aumenterà (il 20% in modo moderato, il 3% significativo). Gli investimenti riguarderanno in particolare la digitalizzazione (35%), l’efficienza e l’autonomia energetica come dice il 18%, l’efficienza operativa (47%), la ricerca e l’innovazione (35%), le competenze e la formazione (27%), i prodotti e i mercati (15%) e la sostenibilità (10%). «Ormai si parla per lo più di consolidamento, ottimizzazione a 360° . Poi però quando mancano i volumi, vuol dire rinunciare a parte della produzione e consolidarla su un numero minore di siti», interpreta Buzzella. La crisi dell’auto in Europa sta portando a molte chiusure di impianti e tagli di posti di lavoro ed è il segno più visibile della «deindustrializzazione europea: l’Europa sta smantellando un pezzo alla volta l’industria che è sempre stato il pilastro delle politiche sociali europee – continua il presidente di Federchimica -. L’Europa ormai ha una quota di produzione di auto dell’8%, le persone impiegate sono circa 13 milioni. Ma come stiamo vedendo le auto arrivano sempre più dall’Asia. Ogni auto che viene prodotta in Asia ha componentistica prodotta in Asia. La crisi dell’auto genera quindi un doppio impatto, sia sulla produzione di manufatti che si sposta in Asia, sia sui prodotti chimici». La soluzione potrebbero essere i dazi?

Francesco Buzzella presidente Federchimica

Per Buzzella non proprio, «non sono un fautore dei dazi, sono misure che hanno il fiato corto, ma dobbiamo prendere coscienza della crisi, riorganizzarci, avere strumenti che incentivino gli investimenti, rivedere balzelli come l’Ets che è totalmente anacronistico e poi bisogna proteggere le filiere. Se lasciamo passare qualche anno, rischiamo di perdere pezzi importanti dell’industria. Dobbiamo cercare di proteggere l’industria nel breve periodo e immaginare un futuro in cui l’industria torni centrale. In Cina non dimentichiamoci che la chimica è tra i settori che hanno avuto i maggiori sussidi statali». In Italia, nel complesso, oggi la produzione chimica è del 13% inferiore al 2021. Dal 2022 la perdita di capacità connessa alle chiusure annunciate di impianti chimici europei è aumentata di sei volte, portando con sé una riduzione di 37 milioni di tonnellate, pari al 9% della capacità produttiva europea. In prospettiva la produzione chimica in Italia è prevista in ulteriore contrazione nel 2026 (-3%) e in lieve recupero nel 2027 (+0,5%). La ripresa della domanda industriale faticherà, anche a causa delle criticità irrisolte dovute alle asimmetrie nel costo dell’energia.

Tornando all’instant survey, tra i maggiori elementi di preoccupazione per le conseguenze sul proprio business, il 43% delle imprese indica i conflitti in Ucraina e Medio Oriente. Tuttavia, è la concorrenza cinese a rappresentare in assoluto il principale motivo di preoccupazione, indicato nel 51% dei casi in forte aumento rispetto al 29% dello scorso anno. Le criticità non derivano solo dal contesto esterno: ben il 42% delle imprese indica gli oneri derivanti dalle politiche di sicurezza, salute e ambiente della Ue e il 30% richiama le penalizzazioni connesse al Sistema Italia, legate soprattutto alle inefficienze della Pubblica Amministrazione ma anche al sistema giudiziario e alla tassazione. Sicuramente, come spiega Buzzella, «pesa sulla competitività lo svantaggio enorme nei costi energetici. I prezzi europei del gas naturale sono assai più alti che quelli degli Stati Uniti e della Cina. Basti pensare che i prezzi del gas in Europa sono 3,3 volte superiori ai livelli americani. In Italia la situazione è ancora più critica».

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