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Home » Cina potenza sistemica: interlocutore globale, non più solo antagonista
Economia

Cina potenza sistemica: interlocutore globale, non più solo antagonista

Sala StampaDi Sala StampaMaggio 21, 20264 min di lettura
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Cina potenza sistemica: interlocutore globale, non più solo antagonista

La Cina è ormai una potenza sistemica e il suo peso, nello scenario attuale, non può essere ignorato. Gli esempi non mancano: se Pechino accelera sull’auto elettrica, cambia l’industria europea, se restringe l’export delle terre rare, si trasforma la sicurezza economica mondiale, un suo intervento può cambiare la direzione di un conflitto. E, mentre il Paese programma con cura il percorso per il suo futuro, resta da capire se, per il mondo occidentale, rappresenti più un’opportunità o un fattore di rischio. “ È difficile dire che la Cina rappresenta un’occasione. Ci sta penalizzando fortemente, ma molto per colpa nostra. Alla prova dei fatti, ha pochi punti di debolezza, per esempio i consumi che non partono, ma che sono compensati da un’esplosione dell’esportazione che cresce più del 20% all’anno”, ha detto Alberto Forchielli, partner fondatore di Mindful Capital Partners, intervenendo durante il panel “Il grande momento della Cina”, nell’ambito del Festival dell’Economia di Trento.

Da un lato, è vero che la Cina deve gestire alcune criticità e affrontare una crescita più lenta, le conseguenze della crisi mobiliare, una demografia che è diventata sfavorevole, la pressione americana, e soprattutto un rapporto più complesso tra crescita, controllo politico e ambizioni globali. Dall’altro lato, però, è vero anche che il Paese sta smussando gli angoli, ponendosi come interlocutore, non più solo come antagonista, su tematiche cruciali, commercio, tecnologia ed energia in testa. E appare in grado di imparare velocemente dai propri errori: “Sono stato uno dei primi a portare aziende cinesi a investire in Italia nel 2008 e mi ricordo tutte le difficoltà, gli errori, le banalità che commettevano. Mi dicevo che non sarebbero mai riusciti a eguagliare aziende come Ibm, Intel, General Electric. Invece oggi ci sono fior di aziende, c’è Byd che prima il mondo nei veicoli elettrici, c’è Catl che prima il mondo nelle batterie, le spese di Huawei per la ricerca sono più grandi del fatturato di Intel”, ha sottolineato Forchielli.

Il mondo occidentale, l’Europa in particolare, si trova per molti versi a rincorrere, rallentata da alcuni fattori strutturali e culturali. “Il problema – ha sottolineato – è che abbiamo a che fare con una potenza che quello che dice, lo fa. In Occidente facciamo piani, poi cambia il partito al Governo e cambia il piano. Non riusciamo mai a implementare i progetti”. In un certo senso, ha aggiunto con una provocazione, “dovremmo ’contenere’ la democrazia, cercare di modificare i meccanismi che la regolano, cosa che non riusciremo mai a fare”.

Il punto, dunque, è che anche l’Europa dovrebbe provare a pensare più a lungo termine. Secondo Michele Geraci, già sottosegretario di Stato al Ministero dello Sviluppo economico, “anche noi dovremmo fare dei piani di sviluppo programmati, di ampio respiro, quindi decidere quali sono i settori su cui investire e concentrare risorse. Nel settore tecnologico, per esempio, la Cina sta accelerando sui semiconduttori, mentre l’Unione europea ha messo in campo il Chips Act, fondo che va dai 15 ai 50 miliardi di dollari per 7 anni. Le grandi aziende cinesi investono quella cifra ogni anno”. In realtà, come ha spiegato Paolo Magri, presidente del Comitato scientifico dell’Ispi, in Europa un piano a cinque anni è stato fatto: “Il piano Draghi è, banalizzando, un piano strategico di autonomia dell’Europa sul settore chiave. Il problema è che, distratti adesso dallo stretto di Hormuz e prima da altre cose, i soldi per realizzare quel piano non li troviamo e non li stiamo neanche stanziando per il futuro perché il bilancio europeo non verrà aumentato”. Secondo la sinologa Giada Messetti, il tema è, in realtà di approccio: “La questione è che noi siamo molto prevenuti. Tutto quel che fa la Cina non va bene. C’è bisogno, invece, di cominciare a essere più pragmatici e meno ideologici su certi temi”, ha detto.

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